venerdì 24 aprile 2015

Elena Ferrante.

Elena Ferrante






Quando si dice che le cose che davvero contano nella vita si creano nel silenzio e nel segreto, non si può non pensare alla letteratura, all'arte. 

Il momento in cui nasce un'idea, si forma una storia, è un mistero. Se poi questo mistero si dilata, si prolunga e diventa un modus operandi, ecco che abbiamo qualcosa come Elena Ferrante.

Non la conoscevo, o per lo meno mi faceva lo stesso effetto che fanno ai bambini le storie dei grandi: una cosa strana da cui tenersi alla larga. Ma invece poi è successo che gli amici del Circolo dei Lettori di Torino hanno organizzaro una maratona di lettura dei suoi libri, #lamiaFerrante, condotta dalla brava giornalista de La Stampa, Elena Masuelli, e hanno pensato, tra gli altri di coinvolgere anche me.

Tanto siamo sul mio blog e posso dirlo: ho sempre sognato anche io di vivere come Elena Ferrante: essere una brava scrittrice che sceglie di dedicare tutto il suo tempo ai romanzi, senza apparire in giro. Per via del fatto che, come disse anche di sé il compianto David Foster Wallace in un libro di cui parlerò presto, incontrare le persone è per me un'esperienza molto intensa e mi richiede poi dopo, spesse volte, anche quattro ore di sonno per riprendermi (cit.).

Me la immagino così: bella e contenta, vicina a poche persone amichevoli e amorevoli che la rispettano. Scrivere magari 8 ore al giorno, con pausa pranzo e corsetta al parco. La immagino anche innamorata di un uomo, magari con qualche figlio da incontrare (forse non più da accudire), vedere amici veri, non tutti i giorni, gentili e che le regalano serate e cene di parole ricche e distensive. Poi magari è Domenico Starnone, come dicono in tanti, e via. Ciononostante, il mio sogno rimane.

Ho sempre sognato di essere così, riservata e coraggiosa, e di avere talento. Ma ovviamente non ho mai pensato di potermelo permettere e che bisognasse essere davvero bravi e matti per farlo. 

In effetti, adesso che ho cominciato il suo primo libro, L'amore molesto, capisco da cosa mi tenevo alla larga, e scopro al tempo stesso il suo talento indiscutibile. 

Il talento sta facendo il giro del mondo, basti leggere questo articolo sulla The Paris Review. E la cosa che mi frenava dal leggerla (pur avendo visto il film di Faenza anni fa, tratto da I giorni dell'abbandono, forse direi anche proprio per aver visto quel film...) era un eccesso (o quel che mi pareva tale) di femminile intensità. 

Non sbagliavo sull'intensità. Eppure ora, finalmente diventata sua lettrice, ne colgo anche i confini della misura. Un'intensità femminile cesellata che non so perché mi ricorda la statua di Amore e Psiche di Canova.

Leggere ieri sera davanti a tante persone, e ascoltare gli altri lettori che si sono avvicendati prima e dopo di me, mi ha coinvolta molto: è stata una di quelle esperienze che fanno rimanere svegli, nel sonnecchioso e frettoloso marasma della vita. 

Nel faticoso, noioso chiacchiericcio dell'esistere, è proprio vero che è bello e sano quando, per un caso fortunato come è stato per me ieri, o per scelta, ci si ritaglia il proprio paradiso, per dirla con Calvino. 

Ieri era la Giornata mondiale del libro, corredata dagli eventi di #ioleggoperché. 

Tutti a chiedersi perché si legge. A me viene da rispondere in tremila modi, ma ne userò uno, qui, di femminile intensità per onorare la anonima universale Elena Ferrante. Leggo perché me lo dice il cuore. Mi spiego: quando leggo, il mio cuore si assesta in maniera sensibile. Lo sento muoversi, proprio come immagino accada alle mamme con il loro bambino nella pancia. Il mio cuore si tranquillizza, come se dicesse "grazie per avermi portato a casa". Quel cuore ha bisogno di libri e di parole da ascoltare che compongono mondi in cui sentirmi a casa. Ogni cuore del resto sa cosa vuole: chi gelati, chi gioielli, chi amici, chi musica, chi vino, chi aria, chi sole, chi neve. Chissà il vostro!

ph. di Francesco Deiana







giovedì 16 aprile 2015

A.S. Byatt, Gradazioni di vitalità.

A.S. Byatt, Gradazioni di vitalità, Nottetempo

Anche se è passato un po' di tempo, per riagganciarmi al post precedente, ricordo quella bella frase di Baricco, molto famosa, che dice "accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde". Beh è proprio vero. 

Avevo fatto una domanda, come si dice in questi casi, all'Universo, ovvero di trovare un piccolo libro da leggere al volo, o che il libro stesso trovasse me. Molti dicono che sia così, che le cose che contano ti arrivano tra capo e collo senza troppo pensarci, che le cose belle e importanti non debbano necessariamente comportare chissà quali fatiche ma ti cascano sulla testa come frutti maturi. 

Seppure scettica, devo dire che alla fine è successo anche a me. Me ne stavo tranquilla l'altro giorno al Festival della Follia (un bell'evento qui di Torino), e come succede in questi bei festival c'era un banchetto di libri (curato dalla libreria Belgravia in questo caso). Insomma guardo e spero che ci sia il famoso libricino per eccellenza, quello piccolo e simpatico, ma anche profondo e intelligente e particolare che ti chiama e che ti vuol dire chissà che cosa. E in effetti eccolo lì. Lo compro alla piccola cifra di sei euro e in effetti è tutto piccolo e veloce ma i contenuti sono di ampio respiro.

Come recita la quarta di copertina, "da Dostoevskij a Philip Roth, la grande autrice inglese A.S. Byatt ci accompagna nel cuore segreto della scrittura". 

L'incipit merita proprio, eccolo:

"C'è un momento significativo - una sorta di rito di passaggio - nella vita di ogni scrittore, ed è quando lui o lei si rende conto che i personaggi sono fatti di parole".

Ah, che vero, quanto è vero. E prosegue:

"I singoli personaggi sono parte di un tessuto di parole, simile a un arazzo, e le parole che creano le diverse persone sono connesse alla trama di tutte le altre parole. Le parole di un libro sono quelle disponibili nell'epoca in cui viene scritto, allo stesso modo in cui un tessitore si limita alle tinte, e perfino alle idee sulle sembianze umane, animali e vegetali nella sua epoca. In questo saggio intendo fare due cose. Intendo discutere la complessità di ciò che i bambini, e anche Virginia Woolf, chiamano 'fabbricare persone'. E intendo discuterne anallizzando come, nella storia del romanzo, i comportamenti di tali persone siano cambiati rispetto al Libro sacro, la Bibbia cristiana, con le sue persone e la sua idea di ciò che un essere umano è e dovrebbe essere".

Niente di meno, dunque, di un proposito ambizioso è quello che si prefigge la scrittrice in questa che è poi la trascrizione di una conferenza tenuta a Leida nel 2004. La scrittura prosegue in gran complessità, ci si mette un po' a capire tutto, eppure fluisce gradevole, come potrebbe esserlo in effetti l'ascolto di una conferenza difficile ma utile.

La costruzione del personaggio, il romanzo come un arazzo e tanti esempi e approfondimenti in neanche sessanta pagine di libricino, ben tradotto da Anna Nadotti. 

Alla fine vien voglia di leggere i romanzi della scrittrice e, neanche a dirlo, tutti i libri di cui parla. 

Ripensando a come l'ho scovato, questo piccolo breviario di letteratura, a un Festival sulla follia, mi accorgo di quanto la lettura non sia di certo un gesto folle, ma senz'altro una cura. Non vorrei affermare che leggere però sia solo "terapeutico", perché è anche qualcosa di più. Che cosa non saprei dirlo, perché cambia naturalmente per ciascun lettore, immagino.


giovedì 26 marzo 2015

La Sposa giovane di Alessandro Baricco.


C'è da dire che nel corso della stessa giornata in cui imparavo che è bene conservare un po' i ricordi e le parole dentro di sé (vedi ultimo post), anche un'altra istituzione culturale cittadina ha aperto le sue porte a blogger e giornalisti, a partire da un'idea della casa editrice Feltrinelli (che ringrazio per il gentile invito), allo scopo di incontrare Alessandro Baricco in occasione dell'uscita del suo ultimo romanzo.

La Sposa giovane.

Ma prima ancora che da una piccola conferenza stampa, il tardo pomeriggio è stato preceduto da un mini tour guidato nei locali della scuola, con una guida di eccezione, ovvero lo stesso Baricco, che solo per noi ha fatto da Cicerone.


Devo averlo raccontato da qualche parte in questo blog, ma mi tocca proprio ricordare a chi ne fosse interessato che all'età di 14 anni mi successe di assistere a quella che nella mia testa è la prima, ma chissà magari era una delle tante, conferenze di presentazione della nascita della Scuola Holden in un malinconica giornata uggiosa in piazza CLN a Torino. Tra le tante cose che sono andate perse nella memoria, ricordo però questo concetto espresso allora da Baricco sull'insegnamento e sul tennis. 

Disse qualcosa tipo che per essere un tennista glorioso (uso questa parola perché è stata utilizzata durante la conferenza, citando Rebecca West, un'autrice che ci è parso molto amata dall'autore) bisogna imparare tutte le regole ma poi saper tirare anche al contrario o comunque alla fine fare un po' quel che si vuole e che Dio ce la mandi buona. Ma chi sa se ricordo bene? In ogni caso mi impressionò molto. 

Potete capire che fare questa esperienza così privilegiata vent'anni esatti dopo, entrando come si dice nei meandri della sede nuova della scuola, è stato a dir poso curioso per me. E sono convinta che ogni partecipante all'incontro aveva i suoi buoni motivi per notare l'eccezionalità dell'evento, e la sua semplicità al contempo.


Che dire? Visitare una scuola semi-vuota, in generale, ha il suo perché. Dire suggestivo va bene? Sarà poco, troppo? Non so, ma è quel che ho provato. C'era un bel silenzio concentrato. Ho desiderato fortemente che la mia vita potesse essere come quella di uno studente. Scrivere, imparare, stare bene, essere a mio agio in un posto bello. Insomma ho assaporato qualcosa che mi manca ma che ho visto possibile e che quindi esiste e ho sentito un senso di gratitudine alla vita che qualche volta allestisce costruzioni del genere.


In questa sala ad esempio si costruivano le bombe una volta. Invece adesso ci passano centinaia di artisti e persone creative, conferenze, feste, cerimonie e mi pare una buonissima cosa, no? Un esempio di miglioramento della specie.


Questo, cari amici, è il cortile. Là in fondo ci sono alcune aule, tra cui quelle per il cinema e per il teatro. Da qui escono professionisti di diversi ambiti, come saprete, non solo scrittori puri. Qui sotto invece c'è una mappa. Si tratta del percorso, anzi dei percorsi, che gli studenti compiono o possono compiere alla Holden. In alcuni punti è molto divertente, in altri interessante.

Alessandro Baricco, La Sposa giovane, Feltrinelli
 E infine, il libro. Perché non ne ho ancora parlato? Perché l'autore, e l'editore insieme, hanno scelto di non parlarne troppo. Quindi si è creato un gioco per cui le domande che facevamo riguardavano altro, e non il merito del romanzo. In effetti, è stato simpatico. Ad esempio, io ho fatto una clamorosa domanda sbagliata sul teatro che non aveva tantissimo senso ma quando si è nel gioco bisogna giocare. Eravamo un po' tutti al limite del nonsense ma è stata una situazione originale, di questi tempi bui di noia, un raggio di luce. 

Alla fine sono tornata a casa e il romanzo l'ho letto. Pur non essendo una critica letteraria, come sapete credo, ci ho visto tante cose in questa storia. Mi ha ricordato un po' Quel che resta del giorno, di Ishiguro. Un po' le maschere della commedia dell'arte. E un po' di Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo.

Questo libro sta scalando le classifiche, sta scatenando piccole polemiche e invidie, sta facendo il suo percorso e il suo fortunato tragitto. Forte degli insegnamenti del buon Jeff VanderMeer, mi tengo dentro altre considerazioni (e il finale, che mi manca di leggere) a futura memoria. 



lunedì 23 marzo 2015

Annientamento.

Jeff VanderMeer, Annientamento, Einaudi
L'autore via skype (e il suo gatto in primo piano!).
Alcune delle partecipanti all'incontro (me compresa, con gli occhi chiusi alla vostra sx!)

La settimana scorsa la casa editrice Einaudi ha ospitato un gruppo di scrittori, illustratori, blogger e giornalisti per incontrare l'autore di Annientamento, il primo romanzo di una trilogia - La Trilogia dell'Area X - di prossima uscita e tutta tradotta da Cristiana Mennella.

Avrei voluto scrivere un post diverso, per raccontare quel pomeriggio (ovvero un parallelismo tra le partecipanti e le protagoniste principali del romanzo, quattro donne, una psicologa, una biologa, un'antropologa e una topografa) ma il lavoro e l'influenza mi hanno travolta in corsa, quindi non ho avuto il tempo di elaborare tale ardimentoso componimento lettarario-cronachistico, e adesso eccomi qui. 

Inoltre, Jeff VanderMeer stesso, che abbiamo incontrato via skype, a proposito della rete ha detto qualcosa di illuminante e giusto: dopo una sbornia iniziale, sta incominciando lui stesso a "tenersi" più cose dentro e per più tempo possibile, prima di scriverle sui SN. Così riacquistano valore. Quindi il tempo che è passato da quel giorno, seppur frenetico, è servito anche per me a conservare e custodire la bellezza di quell'incontro e a farne un piccolo tesoro.

Mi limiterò a restare con i piedi per terra e a dire che è stata una bella occasione per dialogare con un autore di alto livello letterario e, mi è parso, anche umano.

Brutto classificare i libri solo in generi, questo dunque non è solo un romanzo fantascientifico. Benché io abbia speso la mia domanda a disposizione per chiedere all'autore alcune parole sul rapporto tra scienza e letteratura (per la cronaca, dico che dopo uno scambio di commenti avuti con lui su Facebook nei giorni successivi ho saputo che parlerà proprio di questo tema al MIT). 

In ogni caso, è stato interessante ascoltare le domande (talune anche piuttosto bizzarre a dire il vero) e le sue risposte sempre accurate. 

Il romanzo è breve e fulminante. Si tratta di una misteriosa missione segreta di professioniste inviate da un ente del governo a esplorare l'Area X. Non è la prima missione, le altre (tra cui quella del marito della protagonista, la biologa) sono fallite tutte e ne restano reduci traumatizzati o diari ammassati e di difficile decodificazione.

Le professioniste partono e vedono, conoscono, fanno esperienza di qualcosa che naturalmente non sto a descrivere per evitare spoiler. Qualcosa che è la Natura con modalità però a noi sconosciute. E leggere è un sapere e risapere sempre uguale e sempre diverso dell'uomo, di ciò che fa, che subisce e che infligge. Bello. 

Andare negli abissi della terra, e dei viventi, è la possibilità vera che ha uno scrittore. Uscirne e restituire ciò che ha visto in forma di avventura è il regalo che fa ai lettori. Quando leggo libri così mi sento fortunata. Penso sempre che vorrei essere capace di fare qualcosa di simile prima o poi nella vita. Intanto, leggere storie come questa è già parecchio.

venerdì 13 marzo 2015

Chi manda le onde.

Fabio Genovesi, Chi manda le onde, Mondadori

Venticinque stesure, di cui due a mano. Quattro anni di lavorazione. Una vita schiva (senza troppo bablinare - mi perdonerete il piemontesismo...? - sui social network). Tutto questo, più il talento, ha creato Chi manda le onde di Fabio Genovesi.




Come lo so? Perché ho partecipato a un incontro martedì scorso a Open Milano e ringrazio Anna Da Re per il gradito invito e Giulia Ichino, editor del romanzo, che ha introdotto e moderato la piccola conferenza per blogger e giornalisti web raccolti in circolo magico attorno all'autore. 

Mentre il mondo si interroga su chi diamine sia Elena Ferrante, dunque, mi sembra interessante ricordare che questo romanzo, tra l'altro, è candidato al Premio Strega 2015.

La storia è una storia corale (Luna, Serena, Zot, Luca, Sandro sono solo alcuni dei molti personaggi) e l'autore ci ha spiegato il perché. Perché non ha interesse in ciò che accade a uno solo, narcisisticamente. Il suo interesse risiede piuttosto nell'incontro, nella relazione tra più personaggi. 

Genovesi diceva anche che lui rimane colpito dalla semplicità (che è sempre riconquistata) delle persone che conosce, come anche degli aggettivi. Inutile complicarsi la vita, certe volte una cosa è bella, e basta. 

Ed è stato bello sentire queste e molte altre parole pronunciate dal vivo da un autore che ha dato alle stampe una storia grande. Una storia che risente delle numerose riscritture cui è evidente che ha consacrato l'anima. Lo scavo psicologico è infatti profondo e sottile, impossibile non cascare dentro la fitta trama e gli snodi che ne dettano i passaggi principali. Decidere chi è il protagonista è impossibile, e l'autore questa la considera una vittoria. Ma a occhio e croce io ne ho identificati due. Una è Luna, una ragazzina albina parecchio intelligente, a me ha ricordato lei, ma anche alcuni personaggi salingeriani.

L'altro protagonista è il disarmante Sandro. Un quarantenne calato a pieno nel nostro tempo, un tempo che non ama molto la maturità e l'indipendenza economica e mentale dei "giovani" e ci lascia tutti ad arrancare per spiegare al mondo che lavoro facciamo e come non ci procuriamo da vivere. Eppure Sandro vi sorprenderà per la sua tenacia, e per la sua capacità di rialzarsi dopo le difficoltà, qualche volta davvero estreme. Quindi fa ben sperare che ci sia una speranza per tutti.

Lo stile di scrittura di questo romanzo è moltplice e risuona delle voci di ciascun personaggio. L'autore ci ha anche raccontato come lui non abbia schemi predefiniti né di linguaggio né di struttura ma come si lasci per così dire trasportare dall'onda della storia, per agganciarsi al titolo, che ha molto a che fare con il mare di una Versilia inedita e inaspettata. Basti dire che tra i suoi maestri di scrittura, capaci di gettare in lui semi di narrazione e di racconto, sono proprio gli anziani di Forte dei Marmi.

Lo scrittore è stato generoso nello spiegare "cosa non si sa", che è una delle sue definizioni della scrittura. Dimostrando un impegno notevole, e raro di questi tempi, nel restare "umano", concetrato sul lavoro artigianale e umile della narrativa.





martedì 3 marzo 2015

Ricette per ragazze che vivono da sole.



Oggi sono contenta di raccontare di un'avventura che mi ha coinvolta tanto e a cui tengo particolarmente. 

Proprio adesso, da poche ore, è uscito un libro, un ebook per la bella casa editrice Zandegù che ho scritto insieme a Ilaria Urbinati. 

Si intitola Ricette per ragazze che vivono da sole.

Lavorare a questo libro con Ilaria è stato non solo divertente ma anche davvero importante per me. Ilaria è un'amica, una persona profonda, intelligente e soave, un'artista e un'autrice e illustratrice che stimo molto e da molto tempo. Mi sono sentita a mio agio, come solo si può con gli amici veri, e al tempo stesso privilegiata e questa è una fortuna rara. Spero che queste sensazioni passeranno anche in chi leggerà.


Queste ricette (non proprio di cucina) sono il frutto delle nostre esperienze diverse sul "vivere da sole". Come amiche, ci siamo spesso confrontate sulle difficoltà, ma anche sull'avventura della vita solitaria (che non vuol dire necessariamente da "single" ma di chi vive senza nessuna persona o animale in casa). Ci siamo rese conto che attorno a una ragazza che per diverse ragioni va a vivere per conto suo ruotano ancora mille pregiudizi e altrettanti miti da sfatare. Così abbiamo affondato la biro e la matita in questa materia vasta e a quattro mani ci siamo messe a descrivere (il più possibile auto)ironicamente la vita di Camilla e Rebecca, che non siamo noi ma siamo anche noi. Ci siamo inventate due vite immaginarie, come due griglie dentro cui inserire i nostri ricordi o pensieri sul vivere da sole, e abbiamo scoperto che questa avventura in stile Indiana Jones poteva essere molto più ricca, avvincente e formativa del previsto. 

In questo libro ci sono tecniche, metodi, idee e spunti per cavarsela da sole in casa, ma anche per imparare a mettere il naso fuori e a divertirsi occupandosi di se stesse. Questa è una storia piccola che abbiamo voluto raccontare sussurrandola, senza altri personaggi, volutamente, perché non è un libro "contro" qualcosa o qualcuno (tanto meno gli uomini o la società) ma è un libro a favore delle ragazze che fanno questa scelta coraggiosa e utile, qualche volta necessaria. 

Vuole essere un manuale di costruzioni, insomma. E la cosa che si costruisce alla fin fine è la propria identità! Uei che paroloni, però insomma il concetto è proprio quello.

Se adesso andate sul blog di Ilaria che ha scritto un post meraviglioso per il quale la ringrazio tanto, trovate una anticipazione dei suoi disegni e testi, mentre qui vi rimando a un bel blog dove ci sono piccoli stralci di brani mie. 

Per acquistare l'ebook invece potete farlo qui. Seguiranno aggiornamenti sulle nostre prossime avventure...

sabato 28 febbraio 2015

Il Cerchio di Dave Eggers (e altre riflessioni).

Il Cerchio, Dave Eggers, Mondadori
 
Il rischio di essere una persona di facili entusiasmi è quello poi di essere di facili tristezze e di facili paure. Però devo dire, come mi aspetttavo, che Il Cerchio è un romanzo entusiasmante, triste, bellissimo e che fa paura. 

Da alcuni commenti di amici sapevo che avrebbe potuto creare scompensi relativi all'approccio che ognuno di noi ha con la rete e confermo: è proprio così.

Leggo Dave Eggers dall'inizio, quando in Italia uscì L'opera struggente di un formidabile genio. Ricordo di averlo anche visto lui, in un viaggio, tanti anni fa, al Festival del New Yorker e di averne ricavato una strana impressione. Buona nel complesso. 

Per i pochi che non lo conoscessero, Dave Eggers è colui che ha fondato questa casa editrice-rivista-mondo meravigliosa, che ha fatto storia, alla fine degli anni Novanta, se guardate il link trovate tutti i progetti collaterali, tra cui la scuola di scrittura per bambini e ragazzi 826 Valencia.

E per dare giusto tre righe di note biografiche e gossip, Eggers è nato a Boston nel 1970, ha raccontato la sua vicenda autobiografica nel suo primo romanzo (2000) e ora è sposato con la bella Vendela Vida, leggete qua per saperne di più.

Messe da parte tutte queste premesse, immaginavo che Il Cerchio, suggestionabile come sono, mi avrebbe terrorizzata e disgustata a proposito dell'uso della rete e delle tecnologie che oggi facciamo massicciamente in molti. Il Cerchio è infatti un'azienda ultra potente, i cui dipendenti, assai numerosi, guadagnano cifre elevate, godono di tutti i comfort e alla fin fine ruotano in cerchio come criceti: le "cerchie" a me richiamano Google+, ad esempio. Senza contare che Facebook, Twitter etc. finiscono per assomigliarci parecchio.

La storia è quella della giovane Mae, all'inizio timida ma desiderosa di lavorare e impegnarsi e guadagnare, alla fine simbolo dell'azienda, della condivisione totale all'insegna del motto:

"i segreti sono bugie".

Ho letto questo libro senza filtri, assecondando la cara vecchia "identificazione" con il personaggio, che per me è scattata subito, dalle prime righe. Mi sono sentita Mae alle prese con i miei limiti, i bisogni e la timidezza. Ho sentito quel disagio di farcela, di dimostrare chissà che cosa, quella fascinazione del dire sempre tutto, raccontare per forza, mostrare le proprie cose, le proprie immagini, la propria vita, "il dovere" spasmodico di farlo. Ho provato vergogna, risentimento e pentimento. Ho sentito la nostalgia del silenzio, e della solitudine. Del segreto e del mistero della semplice esistenza di ognuno di noi. Mi sono ricordata che il mio valore non dipende dallo sguardo, dal giudizio, dal denaro, dalle opinioni degli altri. Il mio valore è indipendente da tutto questo.

Ma, considerato ciò, in seguito ho realizzato che non aveva senso sottrarsi alla riflessione, cercando altri libri che avevo sugli scaffali per compensare questo scompenso. Qualcosa non in contrapposizione, ma di complementare a questo romanzo, e in effetti ho trovato una risposta alla mia domanda di rassicurazione. Quella di Eggers è una distopia allarmante eppure utile, che porto nel cuore, come le migliori storie lette in questi anni. Ma bisogna pur vivere.

Quindi ho trovato questo: Facciamoci avanti, di Sheryl Sandberg, direttore operativo di Facebook. Un saggio che invita e sprona le donne a "farsi avanti" sul lavoro, con esempi, dati e rivelazioni.

"Ancora oggi conto le ore in cui sono lontana dai miei figli e mi dispiace perdere una cena o una notte con loro. Dovevo proprio fare quel viaggio? Questa riunione era di vitale importanza per Facebook? Questo incontro era assolutamente necessario?"

Dalla narrativa alla realtà.

Al di là di tutte le dietrologie, tutte le ansie e le preoccupazioni, questo altro libro mi ha riportata con i piedi per terra, in una sintesi abbastanza rasserenante del panorama. Eggers mi ha fatto vedere cosa può accadere, in forma d'arte. Il saggio sulle donne e il lavoro mi ha spronata a ricordare il mondo vero: osservarlo attraverso uno sguardo privilegiato, quello di una donna ai vertici di una delle società più ricche e influenti del mondo, ma che dà proprio per questo una visione altra rispetto alla mia, piccola e parziale, credo affine a quella di molte donne: un saggio che aiuta a smuovere quel senso di impotenza che a volte rischia di paralizzarci, non per diventare come l'autrice, è impossibile e forse non poi così desiderabile, ma per cambiare prospettiva in un'epoca storica, e in un Paese, dove il primo istinto svegliandosi e leggendo i giornali è quello di lamentarsi o, nella migliore delle ipotesi, di fuggire a gambe levate.

In conclusione, da questi due libri ho capito che se voglio staccare la spina e respirare, in definitiva, basta un click e nessuno me lo vieta. 

E sì, è proprio così facile come sembra!

Ringrazio l'editore per avermi donato entrambi i volumi.










































giovedì 22 gennaio 2015

Le Meraviglie del Salone del libro e altre novità.


 Ieri mattina sono stata al Sermig di Torino per la conferenza stampa di presentazione del Salone del Libro: un'abitudine che ho ormai preso da qualche anno, se cercate il tag "salone del libro" qui sul blog trovate le cronache degli altri anni, sia delle conferenze che delle giornate vere e proprie della Fiera.

Il Sermig è uno spazio adeguato alla concentrazione. Per saperne di più, ecco il link.


 Quanto alla conferenza: c'è quell'atmosfera istituzionale e ufficiale che concilia con, sì ancora lei: la concentrazione. La concentrazione è la mia parola del 2015. Talvolta sfugge e ci tocca vivere alla rinfusa, invece fare appello a questa componente fondamentale dello stare al mondo credo sia una priorità. Ascoltare, capire, prendere nota.


 Il tema di questa 28° edizione sarà: Le Meraviglie d'Italia. Interessante e giusto guardare la bellezza che ci circonda e ragionarci su. Paese ospite d'onore la Germania, nell'anno tra l'altro del gemellaggio Torino-Berlino e in collaborazione con la Buchmesse di Francoforte (dove prima o poi mi piacerebbe andare). Regione ospite, il Lazio. E infatti a intervenie ieri c'era anche Lidia Ravera, un pezzo di storia della letteratura italiana, in qualità di Assessore alla Cultura proprio di quella regione. Non mancherà Nati per Leggere che è un premio nazionale per libri per l'infanzia, sempre tra i miei progetti preferiti al Salone. E ricorre anche il 10° anniversario del Concorso Lingua Madre, con cui ho collaborato con questo scritto qui, e facendo la madrina a una premiazioni per tesi di Laurea sul premio stesso. Ho insomma con loro un legame anche affettivo.


Concludo questo post con una piccola comunicazione di servizio, che mi rende contenta e curiosa. Da oggi collaboro con la casa editrice Instar Libri e Blu Edizioni, con alcune mansioni che prevedono, tra le altre cose, la cura dei profili social. Quello scorso è dunque l'ultimo post relativo a libri di questi editori che sono stati altre volte ospiti graditi su questo blog. Ma naturalmente è nelle cose che io apprezzi questi marchi e che mi senta affine a loro per diverse ragioni.