lunedì 2 maggio 2016

Chicchi di caffè.

Tommaso Pincio, Panorama, NNE - Gary Shteyngart, Storia d'amore vera e supertriste, Guanda

Come da qualche mese a questa parte, ecco che torna anche la mia rubrica mensile sui percorsi tematici. Questa volta ho notato una certa affinità tra due romanzi usciti in Italia a distanza di cinque anni, molto diversi in realtà per vari aspetti, eppure vicini per un sentire secondo me comune. 

Ho avuto modo di leggere e premiare Panorama per il Premio Sinbad (che ha vinto), mentre ho acquistato Storia d'amore vera e supertriste nel 2010, quando è uscito.

Innanzitutto, cominciano entrambi con un mai:

 1° GIUGNO Roma - New York

Carissimo diario, oggi ho preso una decisione fondamentale: io non morirò mai. Morirà la gente intorno a me. Verranno annullati. Della loro personalità non resterà niente. Si spegneranno le luci. A segnare il loro passaggio, la loro vita, ci saranno lapidi di marmo lustro con epitaffi fasulli ("la sua stella brillò luminosa", "non ti dimenticheremo mai", "amava il jazz"), e poi anche le lapidi verranno spazzate via da un'inondazione oppure fatte a pezzi da qualche tacchino avveniristico geneticamente modificato.

 Così ha inizio la Storia d'amore vera e supertriste. Mentre Panorama

Mai, la parola chiave è mai. Il resto può discutersi, ma quanto al punto nodale, al nocciolo, un fatto è pacifico: in quei quattro anni Ottavio Tondi non ha mai incontrato Ligeia Tissot. Mai, neppure una volta. L'ha vista in foto, questo sì, in molte foto. 

In entrambi c'è Roma, che non ha bisogno di altro. Roma è Roma e quando decide di entrare in un romanzo lo fa a gamba tesa. 

Di buono i due romanzi hanno anche un concetto similare relativo alle copertine. La scelta è un manufatto artistico di qualità. Un'opera dello stesso Pincio, per Panorama e un bel disegno di Guido Scarabottolo per il romanzo di Shteyngart. 

Entrambe le storie, poi, sono storie d'amore. Amori improbabili. Ottavio Tondi e la virtuale e misteriosa Ligeia Tissot non si incontrano nella realtà e i loro unici contatti hanno a che vedere con un distopico social network (che può richiamare anche il Cerchio di Dave Eggers) che si chiama proprio Panorama e consente un accesso pericoloso alle vite di tutti. 

Quanto a Lenny Abramov, protagonista indimenticabile della storia supertriste, invece, le comunicazioni con l'amata e sfuggente giovane Eunice Park si svolgono, come per tutti in questa società assurda e futuribile, attraverso avveniristici "apparat", device e dispositivi simili ai nostri smarphone, perennemente accesi e accessibili a tutti e per tutto. 

La lotta alla fine è sempre tra l'autenticità delle esperienze sane e reali e la morbosità di certe aree virtuali ma soprattutto malsane o per lo meno opache. In ultima analisi, la contrapposizione è tra gli assoluti del bene e del male, del giusto e dello sbagliato, passando attraverso le mille sfaccettature di un presente e di un immediato futuro da costruire e da osservare senza giudizi, ma con bussole ben orientate.

E se Panorama è un'opera squisitamente novecentesca nello stile linguisitico e nella definizione di un personaggio classicamente "inetto", la cui identità sociale si compone attorno a un gesto intimo (il leggere sul divano) che si trasforma in dominio pubblico sbirciabile, spiabile da chiunque; la Storia d'amore vera e supertriste è un capolavoro americano, sovrabbondante nel linguaggio multiforme, tra i più riusciti degli anni Dieci. Una curiosità su quest'ultimo: nel 2017 potrebbe diventare una serie TV con Ben Stiller, per i particolari qui.

domenica 1 maggio 2016

Il lavoro e tre consigli di lettura.


Il lavoro, quando manca o ce n'è così poco come oggi, è difficile anche rifletterci su. Fa rima con bisogno, fame fisica o mentale, desiderio di fare e impossibilità, necessità di esistere, di stare al mondo. 

Quel che resta di ogni pensiero va lì, quel che resta di ogni energia diventa speranza. Che posso dire, dunque, qui in veste di blogger, sul lavoro? 

Niente. 

Penso solo che non ci resta che chiederlo e cercarlo ogni giorno, reggere l'attesa, gestire lo sconforto, semmai inventarlo e crearlo e non smettere di vivere.

D'altro canto, ci sono i libri. Così oggi mi sento di elencare tre libri che conosco sul tema del lavoro, naturalmente escludendone un bel po' di altri altrettanto importanti.


1) La chiave a stella - Primo Levi. Questo è IL romanzo sul lavoro della nostra letteratura. Molti ne sono stati scritti prima e dopo, ma il più rappresentativo è forse proprio questo peregrinare del buon Faussone in giro per il mondo. La storia di un operaio specializzato, che ama il suo lavoro e ama viaggiare e sceglie di andare a montare ponti e impalcature all'estero anziché restare in Italia è significativa. Ma ciò che colpisce del libro è la voce del protagonista e come Primo Levi sia riuscito a farla risuonare, autentica, tra le pagine. 

2) Opinioni di un clown - Heinrich Boll. Questo è un romanzo che non riguarda strettamente il tema del lavoro in sé: è più una storia d'amore, religione e politica. Ma il lavoro conta eccome. E il fatto che il povero Hans - lasciato dalla amata Maria, senza un soldo, afflitto dalle recensioni negative dei suoi spettacoli - scelga di fare comunque il clown è interessante. I dialoghi con il padre, i monologhi e le decisioni che prende sono tutti elementi che mettono in luce il valore delle sue risoluzioni.

3) Il mondo deve sapere - Michela Murgia. Questo è il romanzo sul lavoro della mia generazione. Insieme ad alcuni altri ma devo dire che questo lo ricordo con maggiore intensità e l'ho letto appena uscito, vedendo anche il film. Nasce inizialmente come un blog. Diventato poi un capolavoro semi-autobiografico in cui l'autrice descrive la sua esperienza di lavoro in un call center. Correva l'anno 2006, lo pubblicava una casa editrice che ora non c'è più e che ha chiuso anche perché molti lavoratori non venivano pagati. Personalmente, avevo 26 anni e dopo una laurea (presa nel 2003, quando ancora il lavoro c'era), diversi lavori vari e un master in editoria (vinto con borsa di studio), mi apprestavo a cominciare il mio quarto o quinto stage non retribuito. Di quel periodo ricordo anche i miei stessi colloqui per i call center e molte, troppe altre amenità lavorative. Certo, ognuno ha la sua storia (problemi personali, demeriti, o altro), ma la proposta di "gratuità" o aleatorietà del lavoro è sempre sbagliata, lo abbiamo visto, e pericolosa per un'intera società. E benché questi siano concetti ormai consolidati, mi chiedo: cosa è cambiato in dieci anni? 

Ecco le mie tre proposte di lettura su questo tema difficile. Oggi a Torino fa freddo, e pioverà probabilmente sulla manifestazione del 1° maggio. Non voglio trasmettere pessimismo, ma realismo. E a volte, guardare in faccia una realtà può essere il primo passo per decidere di modificarla in meglio. 



Infine, meritiamo anche di farci una risata. 
Buon 1° maggio! Su coraggio.

sabato 30 aprile 2016

My cup of caffè - Il libro dei bambini di A. S. Byatt.

A. S. Byatt, Il libro dei bambini, Einaudi

Bentrovati nella mia rubrica mensile dedicata ai libri di area anglofona. Ho scelto questo bel romanzo, che ho ricevuto in dono da Einaudi qualche anno fa in occasione di un incontro per blogger e giornalisti (non relativo all'autrice), e che ringrazio, per diverse ragioni.

Intanto, questo è un libro che racchiunde un po' la quintessenza dell'anglofonia, dell'anglitudine, dell'inglesità che dir si voglia. Ed è quasi completamente in Inghilterra che è ambientato, salvo rapide escursioni a Parigi e Monaco, tra il 1895 e il 1919 - con lo scoppio e lo svolgersi della Prima Guerra Mondiale. 

Per una recensione molto accurata e dal taglio squisitamente storico, rimando alle parole di Wu Ming, qui.

Tutto comunque ha inizio a South Kensington, nella galleria del principe consorte del Victoria & Albert Museum di Londra.

Per una piccola immersione nelle opere d'arte, nelle descrizioni affascinanti e nello sguardo peculiare dell'autrice, rimando invece a un testo della traduttrice del romanzo stesso, Anna Nadotti, sul sito Einaudi, con tanto di immagini e in particolare quella del candelabro di Gloucester che ha un ruolo nella storia.

 La protagonista è Olive Wellwood, scrittrice di libri per bambini.

Quando non aveva idee per le sue storie, si ispirava, con una certa riluttanza, alle fiabe segrete di Tom, Dorothy, Phyllis, Hedda, riscrivendone dei passi in forme più facili, pubbliche, ammorbidite e semplificate. Non c'era alcun esplicito sottinteso che le storie dovessero restare inviolate. Le storie sono storie, si diceva Olive, che vengono ripetute e si rifolmulano all'infinito, come i vermi troncati, o il ramificarsi delle vene d'acqua e di metallo. Le storie dei suoi figli contenevano elementi presi da altri narratori - anche il suo sincero Thomas incontrava la regina degli elfi con una gonna di seta verde come l'erba; e nell'universo di animali mutanti della storia di Dorothy, il sinistro talpone doveva molto al terrore infantile suscitato in Olive stessa della Mignolina di Andersen. C'erano passi che scriveva e riscriveva, a volte trasformandoli radicalmente, a volte senza quasi cambiare una parola. Uno degli incipit di Tom sottoterra era stato riscritto qualche tempo dopo l'incipit originale, ovvero l'incontro con la regina del Paese degli elfi. Forse poteva usarlo per scrivere una fiaba vendibile, Tom avrebbe messo il broncio e lei gli avrebbe spiegato che non si trattava della stessa fiaba, e gli avrebbe confidato, da donna a uomo, l'angoscia di una crisi finanziaria. 

E questo è uno stralcio tra i tanti della complessità del romanzo. La vita adulta di diverse famiglie e generazioni - con la Storia che le scorre dentro - in contrapposizione con l'esigenza di proteggere i bambini, di accudirli e di conviverci. Copio da una citazione del suddetto articolo di Wu Ming dal romanzo della Byatt:

I fabiani* e gli scienziati sociali, gli scrittori e gli insegnanti videro, in modo diverso dalle generazioni precedenti, che i bambini erano persone, con identità, desideri e intelligenze. Videro che non erano né bambole, né giocattoli, né adulti in miniatura. Videro, in molti casi, che i bambini avevano bisogno di libertà, avevano bisogno non solo di imparare, e di essere buoni, ma anche di giocare e di essere selvaggi.

Questo passo mi ha colpita e ho scelto di focalizzarmi su questa antica lettura (il libro è uscito in Italia nel 2009) a partire da un fatto di cronaca. Mi riferisco alla bimba uccisa da un pedofilo vicino di casa che l'ha scaraventata giù dal balcone in un quartiere di Napoli. Posto che i fatti di cronaca lasciano spazio sempre al sensazionalismo e saziano la fame di morbosità che c'è in molti di noi,  questa volta mi sono sentita più spaventata del solito, e penso di non essere la sola. Siamo una città italiana nel 2016 e nessuno è in grado di proteggere una bambina da un omicidio di tale efferatezza. Anzi, gli adulti mentono e tengono il segreto, tanto è vero che a svelare, dopo anni, il nome dell'assassino alle istituzioni è una bambina a sua volta, amica della vittima. Come mai? Cos'è questa se non un'emergenza medica, morale e spirituale? Come spesso accade, chi scrive non può fare molto, se non scriverne, di fronte a ciò che sente come ingiusto, come pericoloso. Il senso di impotenza che mi coglie di fronte a storie del genere personalmente non so far altro che incanalarlo in parole da diffondere. I libri possono fare anche questo, ovvero rendere sensibili ad alcuni temi. Tornando al romanzo, qui i bambini sono proprio personaggi decisivi. Devono affrontare molte sfide, e spesso ce la fanno.

Questa è certo una lettura impegnativa e difficile, molto gustosa e raffinata ma che richiede uno sforzo importante. Ci sono però parecchi attimi e frasi che ripagano della fatica e danno speranza.

Mentre il paesaggio andava somigliando sempre più al caos primordiale, l'ingegnosità umana si faceva sempre più disperatamente metodica e inventiva.

Buona lettura!

 *Il fabianesimo è un movimento nato in Gran Bretagna nel XIX secolo, di stampo socialdemocratico, politicamente si rifaceva alla tattica "temporeggiatrice" di Quinto Fabio Massimo, da cui il nome.

mercoledì 27 aprile 2016

Taccuino di caffè!



Volano le giornate ed è sempre mercoledì, tempo di taccuini e di caffè! Questo sarà un taccuino breve, ma intenso. Ovvero, sono di corsa e riesco a stare poco al PC ma quel poco, eccolo qui:

1) Mr Taccuino. Leggete se potete questo simpatico resocondo dell'antico rapporto tra taccuini e letteratura, su Finzioni!

2) #SalTo16. Ma lo sapete che tra gli inventori dell'hashtag #SalTo ci sono anche io? Finito l'autoincensamento, ecco che è uscito il programma del Salone di questo 2016, a breve vi scriverò tutti i miei appuntamenti. Tema #Visioni. Read more... 

3) #Twitincipit. Ricevo e volentieri diffondo un'iniziativa speciale per chi ama scrivere: si possono twittare in 140 caratteri i propri incipit ed essere selezionati per completare il romanzo che si sogna di scrivere insieme a un autore consolidato come Lorenzo Marone. C'è tempo fino al 29 aprile e la premiazione avverrà al #SalTo16 il 14 maggio. L'iniziativa appartiene al concorso IoScrittore. Read more...

lunedì 25 aprile 2016

Festa della Liberazione - Il partigiano Johnny - Fenoglio.

Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny, Biblioteca della Pléiade Einaudi - Gallimard

Ho un piccolo rituale: tutti gli anni il 25 aprile leggo un passo di Fenoglio. Il 25 aprile è una delle feste più importanti per il nostro Paese e Fenoglio è, a mio parere, ma non sono certo l'unica a pensarlo, uno degli scrittori che maggiormente ha saputo cantare le gesta degli eroi di un periodo storico tanto complesso quanto signiticativo per l'Italia. 

Raccontare gli anni della Resistenza, i partigiani, e farlo con un linguaggio tanto accurato e rivoluzionario è stato il suo merito. Senza contare che Fenoglio morì giovane, appena quarantenne, e che questo suo capolavoro fu pubblicato postumo.

La vita di Fenoglio, se non bastassero le sue opere a certificarlo, è stata sintomatica di un tipo di autore, e di essere umano, di quelli che ne nascono pochi, molto pochi. Come scrive Dante Isella nell'introduzione a questa mia copia (che mi porto dietro dall'Università e cui sono molto legata):

Strano destino, il suo (perché proprio da esso occorre partire), che con una mano gli ha fatto dono di una rara vocazione di scrittore, integra, assoluta, a cui votare tutto se stesso; ma che ha chiuso l'altra a pugno, concedendogli una vita avara, troncata a soli quarant'anni. Così che molto del moltissimo che gi riuscì di scrivere, è stato pubblicato sulle carte ritrovate dopo la sua morte. Non solo: il suo vivere appartato in un angolo dell'antica provincia piemontese, estraneo all'establishment letterario e libero dalle feroci gabbie ideologiche degli anni in cui gli toccò d'operare, l'aiutò senza dubbio a mantere intatta, come riconobbe Calvino, la carica necessaria per scrivere, quando nessuno più se l'aspettava, il romanzo che tutti avevano sognato (dando così coronamento e senso al lavoro di tutta la sua generazione); quella che però fu una feconda scelta di vita, non potè, nei rapporti con i detentori del potere letterario, editori e maitres à penser, non costargli un altissimo prezzo di incomprensioni e di soggezione, tra soprassalti d'orgoglio e repentine, disarmate obbedienze.

Prosegue Isella vedendo in Fenoglio una sorta di opposto di Pavese. E se prorpio vogliamo interpretare la vita come una contrapposizione di poli, forzando un po' le cose, io mi sento in questo momento più vicina a Fenoglio, ma questo è un gusto personale, come spesso accade su questo blog.
Cosa posso aggiungere sul romanzo in questione? Non è una lettura semplice, anche se semplice è la trama: uno studente come tanti, affascinato dalla letteratura inglese, decide, dopo l'8 settembre, di lasciare la sua vita ordinaria e di combattere come partigiano nelle colline delle Langhe.

Aleggiava sempre intorno a Johnny una vaga, gratuita, ma pleased and pleasing reputazione d'impraticità, di testa tra le nubi, di letteratura in vita... 

Seguirlo, tra azioni partigiane, armi, fughe, camminate, agguati, disperazioni e "disastrosi malesseri" alternati a entusiasmi improvvisi e giovanili è una delle avventure umane e letterarie più importanti che si possano fare studiando la nostra narrativa. Personalmente, ho questi ricordi di gioia assoluta, nel leggere di storie paradossalmente di affanno e dolore, gusto di un linguaggio che frammista l'italiano e l'inglese, il greco, i tre puntini, la sobrietà e l'estro. 

L'ultimo capitolo si intitola La Fine ed è proprio la fine della guerra, la Liberazione. Credo che questa, come altre, sia una lettura necessara a tenere vivo il ricordo di cosa siamo stati capaci di fare, in ogni senso, nella Storia recente, per provare, ognuno a suo modo, per quel che è possibile, a costruire un futuro. 

giovedì 21 aprile 2016

Quattro tazze di tempesta e una tazzina di caffè alla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli.

Federica Brunini, Quattro tazze di tempesta, Feltrinelli
Alla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Via Romagnosi, a fianco della storica sede di Via Andegari, eravamo più di quattro, ma le tazze c'erano tutte. Una prevalenza di donne attorno a un tavolo profumato di carta, di Storia e di una miscela di tè molto buona, abbiamo discusso con l'autrice del suo romanzo, ma non solo.

Come sempre mi si perdoni l'autoreferenzialità ma - come spesso accade ai lettori - questa volta mi sono sentita coinvolta dalla situazione più del solito. 

Innanzitutto, si parlava di tazze. Ho sempre pensato che la tazza racchiuda in sé valori importanti. Oggi come oggi il web è colmo di un'iconografia legata al rituale del tè e del caffè associato ai libri, qualche volta mi sento responsabile, in parte, di aver contribuito agli esordi di questa moda, altre volte penso che tutto ciò alla fine abbia un senso. Soprattutto se le tazze sono sbreccate, scalfite dal tempo.

Lei era una tazza spaccata. Si era frantumata contro la vita o contro la morte. Ammesso che tra le due ci fosse differenza. Era un oggetto inutile e inutilizzabile. Era... non era altro che un frammento, uno scarto. E perdeva vita da tutte le crepe. Quale sostanza avrenne potuto rimetterla insieme e rinsaldarla?

Quelle tazze che ci tocca frequentare, toccare e lavare ogni giorno, col rischio che cadano a terra, col rischio che perdano smalto. Ovvero noi stessi.

Incontrare l'autrice di questo romanzo - corale e femminile - è stato curioso e interessante. I temi sono passati dalle maglie della trama all'attualità, dalla maternità al trascorrere degli anni in relazione alla percezione di sé. Le protagoniste, Viola, Alberta, Mavi e Chantal, sono quattro donne alle prese con l'affacciarsi del quarantesimo anno di vita. C'è chi ha realizzato molto e perso tanto, c'è chi è rimasta indietro, c'è chi è cambiata radicalmente. Tutte sono alle prese con una qualche tempesta. A me è venuta in mente quella famosa battuta di Paperino e Zio Paperone:

 - Qual buon vento ti porta Zio?
- Vento di tempesta Nipote!

E da lì si capiva che sarebbe successo di tutto. Così è anche in questa storia. Ambientata prevamentemente in un paesino delizioso del Sud della Francia (tenete d'occhio la pagina fb di Feltrinelli perché c'è un concorso interessante!), questa storia porta ogni personaggio in un altrove tempestoso, fino al culmine di una delle più belle scene del libro secondo me che è quella di una vera e propria tempesta di foglie di tè. Il tè è importante perché Viola lavora proprio in un negozio di tè e li prepara a seconda dell'umore delle persone. 

Un'altra coincidenza che ho sentito vicina è di tipo numerologico: l'autrice è particolarmente legata al numero quattro, mentre per me è il suo doppio il numero cui sono più affezionata, l'otto che compare in modo massiccio nella mia data di nascita. E poi ancora mi sono ritrovata nella voglia di scrivere sopra ogni cosa, nel desiderio di crescere e nel coraggio che serve per guarire, per cavarsela nella vita. Sono partita da casa un po' giù di corda e sono tornata indietro un più forte. Il mio bagaglio di ritorno era comunque pieno di dubbi, paure, amarezze e delusioni, come quello di tutti, ma è proprio vero che 


non c'è problema che una tazza di tè non possa ridimensionare.

 

mercoledì 20 aprile 2016

Taccuino di caffè!



Tra allergie, allegrie e la primavera che esplode con i suoi cieli carta da zucchero, i suoi soli giallo limone e i suoi verdi bellissimi che ti fanno pensare: uau, sono viva! Ecco che tutto sommato torna il mio taccuino settimanale sugli eventi letterari e non, torinesi e non! Buona lettura!


1) Giornata mondiale del libro. Il 23 aprile sarà la giornata mondiale del libro e del diritto d'autore. In un'epoca in cui scarseggiano i libri, ancor più i diritti, per non parlare delle giornate (tempus fugit), direi che è una buona notizia in sé. Per sabaudi, urge ricordare che gli eventi in città legati al libro sono e saranno molti e imperdibili. Read more...

2) The Nest. Ieri ho letto un articolo di Nadia Terranova su Cynthia D'Aprix Sweeney: un'autrice americana che è già caso editoriale per due motivi: ha cinquantacinque anni ed è un'esordiente e le è stato offerto un anticipo da un milione di dollari. A me ha colpito per un terzo motivo, tutto personale: per quel che vi può interessare, da qualche tempo sto lavorando a una storia che si inditola proprio Il Nido. Orbene: se voglio anche io un milione di dollari prima o poi, mi toccherà cambiare il mio titolo ;) Scherzi a parte, read more...

3) African publishers. La scrittrice Sarah Ladipo Manyika sul book blog del Guardian spiega in un post perché ha scelto di pubblicare con un editore africano. Nel post è ben spiegato come gli autori africani siano oggi sempre più numerosi e rispettati, considerati da premi e dal mercato, a fronte però di un'editoria ancora debole. Read more...  (eng) 


Visto che si parlava di nidi, ecco la mia canzone per oggi. Qui. 

lunedì 18 aprile 2016

Café au lait!

Francesca Genti, La febbre, Castelvecchi

Dopo un mese esatto, torna la rubrica café au lait: letture alternative, libri da paesi lontani, editoria indipendente, bibliodiversità, digitale e in generale tutto quello che ti fa dire olè!

Torna con un libro del 2011:

"Giorno dopo giorno il mare avanza, inesorabilmente mangia la città, metro per metro, come un colloso melanoma. Scordatevi l'azzurrità e la freschezza dell'acqua, il sapore del sale, l'effervescenza delle onde, questo nuovo mare è nero, composto quasi esclusivamente da catrame, tuttavia, se si vince la pigrizia e ci si spinge al largo se ne incontrano porzioni più pulite, non più nero catrame, ma fango e detriti. Ci si mette un po' ad abituarsi, ma poi ci si fa il callo e non su rinuncia, di tanto in tanto, a una bella nuotata".

All'indomani del fallimentare Referendum sulle trivelle, mi è tornata in mente questa scena di questo romanzo molto potente e raffinato, che l'editore mi ha aveva inviato all'epoca e che ringrazio ancora. 
L'autrice è una poetessa ed editrice di grande talento. La sua casa editrice si chiama Sartoria Utopia, ed è un progetto pieno di luce e bellezza. Il romanzo La febbre, invece, di contro, è una distopia, dove la bellezza della scrittura però è fatta salva. In un'Italia in cui ci si lamenta che non esistono scrittori veri, che sappiano scrivere sul serio, Francesca Genti è una di quelle autrici che smentiscono tutti i luoghi comuni. Lo stile qui è curatissimo e nonostante lei sia una poetessa questa prosa - rara eccezione nella sua corposa produzione di versi - è degna di capolavori assoluti come La strada di Cormac McCarthy, Body Art di Don DeLillo e Cani neri di Mc Ewan. Questi sono i riferimenti che a me sono venuti in mente leggendo, ma se ne possono ritrovare altri. Per me questo è un gioiello editoriale anche per titolo e copertina.

I protagonisti sono tre amici in età avanzata che si trovano a vagare ai limiti di una città ormai distrutta dal degrado, tra Orti Transgenici, capannoni di fabbriche e un perenne tramonto senza giorno e senza notte. L'unica attività strutturata è un gioco al massacro: vince chi riesce a contare il maggior numero di cani che si suicidano. Gli animali sono molto importanti in questa storia: ci sono bestie misteriose e mutanti che rendono il mondo descritto da Francesca Genti un vero Universo con le sue regole precise. E ci sono guardiani violenti ovunque. In una società dove tutto è consentito, la pornografia è la normalità e l'amore è trasgressione, non resta speranza e non esiste futuro.

"Avere la fortuna di possedere una maschera a raggi infrarossi e guardare il fondale è un'esperienza unica. Sotto c'è la città che il mare ha mangiato".

 Ma a cosa servono le distopie? Per quel che posso capire io, ad esempio della questione delle trivelle (posto che non ho gli strumenti per sapere davvero), è che ad abusi e a trascuratezze di tutto ciò che è vitale e naturale corrispondono degli scenari possibili come dirette o indirette conseguenze. Chi scrive una distopia vuole lanciare semplicemente un campanello d'allarme, è una voce che ricorda cosa potrebbe succedere, se. 

"Case, fabbriche, centri commerciali completamente ricoperti, annegati nel catrame, sono diventati tane di creature che si sono adattate velocemente al nuovo ecosistema".

Trovo che questo genere di romanzi abbia una funzione sociale, oltre che letteraria. Non solo un esercizio della fantasia, ma anche dell'etica, del senso di responsabilità. E spero lo ricercherete, questo libro, in un'epoca mordi e fuggi in cui i romanzi durano meno di cinque minuti sugli scaffali.