martedì 26 maggio 2015

Le ali della vita - il mio incontro con Vanessa Diffenbaugh.

Vanessa Diffenbaugh, Le ali della vita, Garzanti

Un caffè milanese molto grazioso.

Tanti fiori e atmosfera shabby chic.

Ecco Vanessa Diffenbaugh con: editore, giornalisti, blogger e interprete.

Click (Vanessa Diffenbaugh con una tazzina di caffè).

Sovvertendo le regole della linea del tempo, ora sto leggendo questo libro.



Forse molte persone conosceranno questo titolo: Il linguaggio segreto dei fiori. Un libro pubblicato in Italia nel 2011, un romanzo molto famoso. E che ha fatto il giro del mondo. Uscito per Garzanti con diverse copertine: nel riquadro della polaroid si possono trovare differenti fiori con la relativa breve descrizione. 

Conoscevo "di fama" quel libro, ma lo sto leggendo solo ora, con un ritardo di ben quattro anni. Casi della vita. E caso vuole che nel mio primo romanzo, che risale al 2013 (Il metodo della bomba atomica) i fiori giocassero un ruolo decisivo, dal momento che Celeste, la protagonista, è una flower-blogger! 

Difficile spiegare l'emozione di queste piccole coincidenze, che non si limitano ai fiori ma riguardano anche altri elementi della storia di quel romanzo: l'adozione e l'affido, con tutte le complessità, sono tematiche che mi stanno davvero tanto a cuore.

Ogni tanto scrivo su questo blog di essere una persona fortunata (che spera di dividere la propria fortuna anche con chi legge...) e quindi vi dico che mi è capitato di incontrare Vanessa Diffenbaugh qualche giorno fa a Milano, in una cornice deliziosa e un'atmosfera semplice e raccolta. Aggiungo che è stato davvero piacevole ascoltarla e rivolgerle alcune domande. 


L'occasione dell'incontro tra l'autrice e giornalisti e blogger è stata l'uscita del suo secondo romanzo: Le ali della vita. Una storia molto ben costruita, accurata e profonda, cui Vanessa Diffenbaugh ha lavorato con particolare dedizione. Lascio ai lettori il piacere di scoprire trama e temi del libro, ma ci tengo almeno a svelarvi le domande che le ho rivolto io durante la piccola conferenza.

Come prima cosa, ho chiesto a Vanessa se potesse dire qualche parola su Camellia Network*. Una rete di sostegno strutturata per i ragazzi in affido e il loro futuro, fondata dall'autrice insieme a un'amica, cui la scrittrice ha destinato gran parte dei notevoli proventi del suo best seller. 

Un'altra questione che mi interessa (sfido chiunque passi da queste parti a non incuriosirsene, dato che su questo si basa molta letteratura) e su cui ho interrogato Vanessa è il rapporto tra scienza e narrativa, molto esplorato in Le ali della vita. Nel tempo a disposizione, la risposta è stata piuttosto esaustiva, ma la riassumo all'osso: suo fratello è uno scienziato, studia i cambiamenti climatici a Stanford, e i loro cervelli, a un certo punto, ci raccontava, hanno cominciato a lavorare allo stesso modo. Ovvero, arte e scienza, quando si esprimono al massimo delle potenzialità creative, giungono a conclusioni analoghe sull'uomo e la natura. 

(Si è poi scoperto che l'amore può curare le sinapsi cerebrali ma questa è un'altra storia!).

Infine, le ho chiesto come sia nata l'idea di citare San Francesco, a un certo punto della storia. I suoi nonni sono molto cattolici, e la citazione era funzionale alla trama, ma le cose da dire non si sarebbero certo fermate lì, perché la ricchezza degli argomenti da trattare era vasta.

Questo per me è stato un incontro costruttivo. Quella di Vanessa Diffenbaugh, sia dentro che fuori le pagine dei suoi romanzi, è una gran bella storia americana, ma è giusto sognare che il suo modello si possa trasferire anche qui da noi. Intendo il modello di una scrittrice (di una persona) che si dedica tanto ai propri libri quanto alla propria famiglia (Vanessa ha due bimbi naturali e uno in affido) e alle categorie bisognose di cure, mettendo a disposizione denaro, saperi e energie per migliorare la propria vita e quella altrui. Mi ha colpito la grazia, l'umanità e la freschezza di una scrittrice tanto giovane e seria. Sono curiosa di leggere il suo terzo romanzo, e il quarto, e il quinto e tutti quelli che seguiranno.


* Vanessa Diffenbaugh ci ha raccontato in anteprima che proprio in questi giorni una associazione no profit acquisirà Camellia Network: in bocca al lupo!


lunedì 18 maggio 2015

Il mio Salone del Libro - #SalTo15



Ogni anno su questo blog spunta un post (o più di uno, se volete cercate il tag corrispondente!) sul Salone del Libro (o Fiera, per qualche anno si è chiamato così se non erro). Ora tutti o tanti lo raccontano sui loro blog o sui social; ma per i neofiti volevo dire, per vantarmi un po', di essere stata tra gli inventori dell'hashtag ufficiale #SalTo (che di anno in anno cambia numero) e tra le primissime persone a farne la cronaca su twitter. Che adesso è diventata una prassi e un lavoro per molti.

Bon l'ho scritto così resta per la posterità, hehe.

E dunque. Eccoci alla millesima edizione cui partecipo. Ogni anno è diverso e non ci si immerge mai due volte allo stesso modo nello stesso #SalTo.

Proprio ieri scherzando tra me e me mi chiedevo: ma prima del 1988, anno della fondazione del Salone (cui ho partecipato, ovviamente, avevo 8 anni e mi regalarono una marionetta che mi procurò una grande gioia, forse è per rincorrere quello stesso istante di felicità fugace che ritorno ogni anno con la stessa similare speranza); insomma prima di quell'anno dove andavano tutti, dove andavamo noi addetti ai lavori, scrittori e gente varia a esercitare la nostra curiosità, la nostra spocchia, a riconfigurare i sotterranei rapporti, a esibirsi, a compiacersi invece di starsene in disparte, insomma tutte quelle robe lì che non in tutti casi fanno bene al cuore e alla letteratura ma tant'è? 

Chi lo sa!?

Questa volta come sempre per me ci sono state molte cose belle. Ho parlato con moltissime persone e alcuni incontri hanno avuto un significato particolare e di grande valore. 

Tra i tanti incontri, è stato bello inrociarsi con i due editori che hanno pubblicato i miei due libri, ovvero LiberAria e Zandegù. Alcune parole con loro mi hanno davvero fatto pensare che la cultura, e l'amore per i libri vivono eccome.

Vorrei ringraziare anche la Libreria Therese per le idee e le iniziative super, i mitici Zoom Feltrinelli e gli amici di Utet, in particolare.

Ci sarebbero da elencare molte altre persone con cui ho trascorso il mio tempo al Salone. Ogni anno poi come a Natale mi chiedo come sarà l'anno successivo, cosa farò io, cosa faranno gli altri. 

Il bello della vita è anche questa attesa del meglio, no? 

Questa volta sono stata anche più calma, per quanto possibile. Meno foto, meno tweet, meno facebook e più esperienza diretta come una volta. Niente di definitivo, è stata solo una prova. Giusto per vedere l'effetto che faceva. Non ho trovato una risposta, solo esperimenti da fare e rifare. 

E la voglia, come sempre, di leggere e scrivere.

Ecco il mio bottino. Grazie a Utet, Effatà, Feltrinelli, LiberAria, minimumfax. E uno yo-yo che spero prima o poi avrà un significato.

martedì 12 maggio 2015

Non scrivere di me.

Livia Manera Sambuy, Non scrivere di me, Feltrinelli

Di recente ho letto un libro meraviglioso. Leggendolo, ho provato parecchie emozioni variegate, colorate e avvitate tra di loro con una bellezza e una grazia che mi hanno ricordato un'elica del DNA per quanto erano profonde e universali. Un libro che mi ha ricondotta alle mie passioni e al quale sono grata. Si tratta di Non scrivere di me: otto ritratti-incontri che la giornalista letteraria Livia Manera Sambuy ha descritto e narrato in un gioiello di scrittura e umanità (e dotato di copertina stupenda di Adrian Tomine). Le persone belle si vedono subito: ho ascoltato l'autrice in una presentazione di questo libro al Circolo dei Lettori di Torino. Sorrideva con garbo nell'attesa e quando ha preso il suo posto e ha cominciato a raccontare ha colpito tutti con la forza che solo le esperienze veramente importanti sanno avere.

Da Philip Roth a David Foster Wallace, da Mavis Gallant a Paula Fox (se fosse possibile scegliere, ma non lo è perché sono uno più significativo e struggente dell'altro, questo ritratto-incontro sarebbe il mio preferito) sfilano queste otto grandi personalità sotto la luce rispettosa e amorevole dello sguardo di Livia Manera Sambuy e regalano nuove scoperte. (Su alcuni di loro ho lavorato per la mia tesi di laurea e li consulto da anni come numi tutelari, ritrovarli vivi e umani e tutti insieme qui è stato come un piccolo regalo della vita!).

Leggendo, mi sono appuntata parecchie frasi, con l'intento di copiarle qui sul blog, ma mi accorgo che non ha senso: sono troppe. Il libro è così ricco di saggezza e di ironia che vi toccherà farne esperienza diretta e non tramite un filtro. 

Ho imparato nel tempo della lettura di Non scrivere di me così tante cose, ho ragionato così tanto e ho respirato così tanta aria pulita da provare un profondo senso di giustizia e di gratitudine. 

Essendo poi una persona particolarmente fortunata, ho ricevuto dall'editore Feltrinelli l'opportunità di scrivere all'autrice per rivolgerle alcune domande. Dopo aver letto di questi otto incontri, non mi sono osata di chiederle di vederci (ma se leggete il libro vi ricorderete che nella vita nulla è impossibile e non si sa mai!), e così le ho scritto soltanto una mail. In tempo record considerati i suoi molti impegni, Livia Manera Sambuy mi ha risposto. E ciò che ho letto, e che trovate qui di seguito, va oltre ogni mia più favorevole aspettativa. Ha scritto parole belle, utili, e commoventi (per me personalmente, lasciatemelo dire). Sono così contenta e spero che per voi lettori questa intervista possa rappresentare un momento piacevole e felice e infine un "mezzo per mettersi al sicuro", per citare le parole di Mavis Gallant in riferimento alla letteratura.


In Non scrivere di me, per la prima volta ha deciso di raccogliere le storie dei suoi incontri con alcuni degli scrittori che ha intervistato nel corso della sua carriera: che effetto le fa oggi questa scelta, mentre il suo libro comincia a circolare nelle mani dei lettori? Racconterà ancora di altri incontri con altri autori?

Ti confesso che mi fa un effetto imprevisto. Sapevo di avere scritto un libro “sui generis”, che ha pochi precedenti nella tradizione italiana: una lavoro che in America appartiene al genere “narrative non fiction”, ma che allo stesso tempo si discosta dalla regola per la presenza di un io narrante che fa da filo conduttore tra gli otto incontri/racconti. Dunque i miei otto ritratti di scrittori si leggono come otto racconti e allo stesso tempo come una velata autobiografia. La scelta stessa dei personaggi riflette qualcosa di molto personale: il mio criterio non è stato quello della loro fama in Italia - anche se Roth e Wallace sono celeberrimi, e celebri sono anche Ford e Fox. Ma dell'intensità dell’incontro. Di quanto, cioè, questi scrittori avessero comunicato in senso profondo alla luce della mia stessa esperienza di vita.

Non avevo la più pallida idea di come sarebbe stato letto. Funzionava? Non funzionava? I lettori lo avrebbero capito? Sono stata col fiato sospeso fino a quando ho cominciato a ricevere i primi giudizi - una recensione straordinaria da parte di Vanni Santoni sul Corriere - e poi messaggi su Facebook, Twitter, e-mail, da parte di lettori spesso sconosciuti che erano entrati nel libro e non solo lo avevano capito, ma lo avevano capito meglio di me (come succede, credo, spesso). E’ stata un’esperienza bellissima.

Non so se scriverò un altro libro come questo. Non credo, proprio per i motivi che ho spiegato sopra. E allo stesso tempo, non posso sapere quali altri incontri mi aspettano, quali occasioni impreviste, quali scoperte.
"La critica non è scienza: non mi aspetto che i critici separino le loro emozioni da quello che recensiscono", ha detto David Foster Wallace nel corso del vostro incontro al McDonald's nella stazione di un'autostrada a sud-ovest di Chicago. In Non scrivere di me le emozioni legate alle relazioni umane che si creano con gli scrittori emergono con sobrietà, intensità e tenerezza. Anche il suo lavoro di giornalista letteraria - per certi versi differente da quello della critica, e diverso anche dal progetto del libro - le ha concesso sempre di tenere unite le emozioni e la scrittura o qualche volta ha dovuto privilegiare la "scheggia di ghiaccio nel cuore" tipica degli scrittori e mettere da parte sensazioni e sentimenti? 

Avere una scheggia di ghiaccio nel cuore, per uno scrittore, significa non guardare in faccia a nessuno: andare per la propria strada e se questo significa all’occasione ferire amici o figli o genitori, pazienza. Per un giornalista, significa, penso, la stessa cosa, ma nel senso di privilegiare l’informazione sul rapporto con il soggetto (che nel giornalismo serio non dovrebbe esserci comunque). Il giornalismo letterario è un caso a parte. In questo campo, sono rare le informazioni riservate che, se scritte, diventerebbero uno scoop. In ogni caso no, quella scheggia di ghiaccio non credo di averla. Un esempio per tutti: quando tempo fa è uscita la notizia che Philip Roth aveva smesso di scrivere romanzi - notizia a cui è stata data un risalto internazionale - lo sapevo già da  un anno e mezzo. Ma era stata una confidenza, una battuta al telefono. Ricordo ancora le parole precise: “Mia cara, è arrivato il momento di tirare giù la saracinesca e chiudere bottega". “Sei sicuro?”, gli ho chiesto. “Sicurissimo”. Era una conversazione privata. E ho preferito mantenere il riserbo. Cos’è un piccolo scoop in confronto a un rapporto di confidenza, amicizia e affetto?
C'è un autore che non ha ancora incontrato e vorrebbe incontrare? 

Oh certamente. In questa vita Alice Munro, anche se una volta abbiamo parlato a lungo al telefono. E in un’altra, Saul Bellow. Non sono sicura che quest’ultimo mi piacerebbe, di persona. Ma non c’è nulla che dia più soddisfazione che vedere i proprio pregiudizi smentiti. A me, almeno.
Dave Eggers ha elogiato il suo ritratto di Philip Roth con parole così belle da meritare la quarta di copertina del suo libro. Di Dave Eggers però non si parla in Non scrivere di me, mentre ricordo che lo ha citato durante la presentazione a Torino. Il dinamismo e l'impegno anche sociale dell'autore de Il Cerchio pensa possano essere di esempio per gli autori italiani, forse a volte ultimamente in alcuni casi un po' involuti e chiusi in se stessi?  

Dave Eggers è una persona eccezionale e dovrebbe essere un esempio per il mondo intero, non solo per i giovani italiani. Non soltanto è uno scrittore che ci ha dato libri importanti sperimentando temi e modi sempre nuovi: è anche un autore che ha riscritto le regole del gioco a modo suo, cosa che in un paese come l’America dove il successo è un prodotto, è molto difficile. Inoltre è un filantropo, anche qui, sui generis. Non gli basta finanziare fondazioni per aiutare i ragazzini che studiano con difficoltà e hanno situazioni famigliari difficili. S’impegna in prima persona a insegnare loro a scrivere, a fianco della moglie scrittrice Vendela Vida. Lui e lei portano altri scrittori di talento a fare altrettanto. Hanno creato una rete di altre dieci organizzazioni no-profit impegnate nello stesso scopo. E fondato due riviste letterarie, McSweeney’s per la fiction e The Believer per la non fiction, allo scopo di divertirsi incoraggiando nuovi autori. Il mio stesso capitolo su Roth, in Non scrivere di me, è uscito prima su The Believer. Ricordo che quando gliel’ho mandato (l’avevo scritto in inglese per fare un esperimento) Eggers ha risposto in meno di 24 ore con una mail che diceva “Fantastic”. Non conosco molte persone capaci di tanta energia, generosità e entusiasmo.

Domanda di rito ma per me molto preziosa: che consigli darebbe a un giovane intenzionato a seguire le sue stesse orme di giornalista letterario? E a un giovane aspirante scrittore?

Purtroppo sul giornalismo letterario devo essere pessimista. I giornali hanno sempre meno soldi e oggi viaggiare per incontrare un autore - non dico andare ai festival, ma essere soli con uno scrittore, andare a casa sua, e avere tempo a disposizione, anche per leggere i suoi libri e prepararsi bene - è un lusso che non esiste più. Ma è anche vero che ogni crisi è un’occasione di rinnovamento, e qualcosa di nuovo nascerà. Sarà lei, Noemi, a dirci come si farà giornalismo letterario in futuro.

Quanto ai giovani aspiranti scrittori il consiglio è uno solo: disciplina. Lavorare ogni giorno. Anche solo poche ore, non importa. Non si ha idea quando materiale si accumuli poco a poco se si scrive con costanza. E riscrivere, riscrivere, riscrivere. E poi - quando si è raggiunta una forma presentabile - mandare i capitoli a poche persone fidate, non scelte in base all’amicizia ma all’esperienza di lettura e alla capacità di giudizio. Ascoltare bene i loro commenti, ragionarci su, e riscrivere ancora. 

Il giorno che ho cominciato Non scrivere di me ho stilato le mie regole in inglese su un foglio, e ho appeso quel foglio sul muro accanto allo schermo del computer. 
Diceva: “Be serious, be honest, be true”.

venerdì 24 aprile 2015

Elena Ferrante.

Elena Ferrante






Quando si dice che le cose che davvero contano nella vita si creano nel silenzio e nel segreto, non si può non pensare alla letteratura, all'arte. 

Il momento in cui nasce un'idea, si forma una storia, è un mistero. Se poi questo mistero si dilata, si prolunga e diventa un modus operandi, ecco che abbiamo qualcosa come Elena Ferrante.

Non la conoscevo, o per lo meno mi faceva lo stesso effetto che fanno ai bambini le storie dei grandi: una cosa strana da cui tenersi alla larga. Ma invece poi è successo che gli amici del Circolo dei Lettori di Torino hanno organizzaro una maratona di lettura dei suoi libri, #lamiaFerrante, condotta dalla brava giornalista de La Stampa, Elena Masuelli, e hanno pensato, tra gli altri di coinvolgere anche me.

Tanto siamo sul mio blog e posso dirlo: ho sempre sognato anche io di vivere come Elena Ferrante: essere una brava scrittrice che sceglie di dedicare tutto il suo tempo ai romanzi, senza apparire in giro. Per via del fatto che, come disse anche di sé il compianto David Foster Wallace in un libro di cui parlerò presto, incontrare le persone è per me un'esperienza molto intensa e mi richiede poi dopo, spesse volte, anche quattro ore di sonno per riprendermi (cit.).

Me la immagino così: bella e contenta, vicina a poche persone amichevoli e amorevoli che la rispettano. Scrivere magari 8 ore al giorno, con pausa pranzo e corsetta al parco. La immagino anche innamorata di un uomo, magari con qualche figlio da incontrare (forse non più da accudire), vedere amici veri, non tutti i giorni, gentili e che le regalano serate e cene di parole ricche e distensive. Poi magari è Domenico Starnone, come dicono in tanti, e via. Ciononostante, il mio sogno rimane.

Ho sempre sognato di essere così, riservata e coraggiosa, e di avere talento. Ma ovviamente non ho mai pensato di potermelo permettere e che bisognasse essere davvero bravi e matti per farlo. 

In effetti, adesso che ho cominciato il suo primo libro, L'amore molesto, capisco da cosa mi tenevo alla larga, e scopro al tempo stesso il suo talento indiscutibile. 

Il talento sta facendo il giro del mondo, basti leggere questo articolo sulla The Paris Review. E la cosa che mi frenava dal leggerla (pur avendo visto il film di Faenza anni fa, tratto da I giorni dell'abbandono, forse direi anche proprio per aver visto quel film...) era un eccesso (o quel che mi pareva tale) di femminile intensità. 

Non sbagliavo sull'intensità. Eppure ora, finalmente diventata sua lettrice, ne colgo anche i confini della misura. Un'intensità femminile cesellata che non so perché mi ricorda la statua di Amore e Psiche di Canova.

Leggere ieri sera davanti a tante persone, e ascoltare gli altri lettori che si sono avvicendati prima e dopo di me, mi ha coinvolta molto: è stata una di quelle esperienze che fanno rimanere svegli, nel sonnecchioso e frettoloso marasma della vita. 

Nel faticoso, noioso chiacchiericcio dell'esistere, è proprio vero che è bello e sano quando, per un caso fortunato come è stato per me ieri, o per scelta, ci si ritaglia il proprio paradiso, per dirla con Calvino. 

Ieri era la Giornata mondiale del libro, corredata dagli eventi di #ioleggoperché. 

Tutti a chiedersi perché si legge. A me viene da rispondere in tremila modi, ma ne userò uno, qui, di femminile intensità per onorare la anonima universale Elena Ferrante. Leggo perché me lo dice il cuore. Mi spiego: quando leggo, il mio cuore si assesta in maniera sensibile. Lo sento muoversi, proprio come immagino accada alle mamme con il loro bambino nella pancia. Il mio cuore si tranquillizza, come se dicesse "grazie per avermi portato a casa". Quel cuore ha bisogno di libri e di parole da ascoltare che compongono mondi in cui sentirmi a casa. Ogni cuore del resto sa cosa vuole: chi gelati, chi gioielli, chi amici, chi musica, chi vino, chi aria, chi sole, chi neve. Chissà il vostro!

ph. di Francesco Deiana







giovedì 16 aprile 2015

A.S. Byatt, Gradazioni di vitalità.

A.S. Byatt, Gradazioni di vitalità, Nottetempo

Anche se è passato un po' di tempo, per riagganciarmi al post precedente, ricordo quella bella frase di Baricco, molto famosa, che dice "accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde". Beh è proprio vero. 

Avevo fatto una domanda, come si dice in questi casi, all'Universo, ovvero di trovare un piccolo libro da leggere al volo, o che il libro stesso trovasse me. Molti dicono che sia così, che le cose che contano ti arrivano tra capo e collo senza troppo pensarci, che le cose belle e importanti non debbano necessariamente comportare chissà quali fatiche ma ti cascano sulla testa come frutti maturi. 

Seppure scettica, devo dire che alla fine è successo anche a me. Me ne stavo tranquilla l'altro giorno al Festival della Follia (un bell'evento qui di Torino), e come succede in questi bei festival c'era un banchetto di libri (curato dalla libreria Belgravia in questo caso). Insomma guardo e spero che ci sia il famoso libricino per eccellenza, quello piccolo e simpatico, ma anche profondo e intelligente e particolare che ti chiama e che ti vuol dire chissà che cosa. E in effetti eccolo lì. Lo compro alla piccola cifra di sei euro e in effetti è tutto piccolo e veloce ma i contenuti sono di ampio respiro.

Come recita la quarta di copertina, "da Dostoevskij a Philip Roth, la grande autrice inglese A.S. Byatt ci accompagna nel cuore segreto della scrittura". 

L'incipit merita proprio, eccolo:

"C'è un momento significativo - una sorta di rito di passaggio - nella vita di ogni scrittore, ed è quando lui o lei si rende conto che i personaggi sono fatti di parole".

Ah, che vero, quanto è vero. E prosegue:

"I singoli personaggi sono parte di un tessuto di parole, simile a un arazzo, e le parole che creano le diverse persone sono connesse alla trama di tutte le altre parole. Le parole di un libro sono quelle disponibili nell'epoca in cui viene scritto, allo stesso modo in cui un tessitore si limita alle tinte, e perfino alle idee sulle sembianze umane, animali e vegetali nella sua epoca. In questo saggio intendo fare due cose. Intendo discutere la complessità di ciò che i bambini, e anche Virginia Woolf, chiamano 'fabbricare persone'. E intendo discuterne anallizzando come, nella storia del romanzo, i comportamenti di tali persone siano cambiati rispetto al Libro sacro, la Bibbia cristiana, con le sue persone e la sua idea di ciò che un essere umano è e dovrebbe essere".

Niente di meno, dunque, di un proposito ambizioso è quello che si prefigge la scrittrice in questa che è poi la trascrizione di una conferenza tenuta a Leida nel 2004. La scrittura prosegue in gran complessità, ci si mette un po' a capire tutto, eppure fluisce gradevole, come potrebbe esserlo in effetti l'ascolto di una conferenza difficile ma utile.

La costruzione del personaggio, il romanzo come un arazzo e tanti esempi e approfondimenti in neanche sessanta pagine di libricino, ben tradotto da Anna Nadotti. 

Alla fine vien voglia di leggere i romanzi della scrittrice e, neanche a dirlo, tutti i libri di cui parla. 

Ripensando a come l'ho scovato, questo piccolo breviario di letteratura, a un Festival sulla follia, mi accorgo di quanto la lettura non sia di certo un gesto folle, ma senz'altro una cura. Non vorrei affermare che leggere però sia solo "terapeutico", perché è anche qualcosa di più. Che cosa non saprei dirlo, perché cambia naturalmente per ciascun lettore, immagino.


giovedì 26 marzo 2015

La Sposa giovane di Alessandro Baricco.


C'è da dire che nel corso della stessa giornata in cui imparavo che è bene conservare un po' i ricordi e le parole dentro di sé (vedi ultimo post), anche un'altra istituzione culturale cittadina ha aperto le sue porte a blogger e giornalisti, a partire da un'idea della casa editrice Feltrinelli (che ringrazio per il gentile invito), allo scopo di incontrare Alessandro Baricco in occasione dell'uscita del suo ultimo romanzo.

La Sposa giovane.

Ma prima ancora che da una piccola conferenza stampa, il tardo pomeriggio è stato preceduto da un mini tour guidato nei locali della scuola, con una guida di eccezione, ovvero lo stesso Baricco, che solo per noi ha fatto da Cicerone.


Devo averlo raccontato da qualche parte in questo blog, ma mi tocca proprio ricordare a chi ne fosse interessato che all'età di 14 anni mi successe di assistere a quella che nella mia testa è la prima, ma chissà magari era una delle tante, conferenze di presentazione della nascita della Scuola Holden in un malinconica giornata uggiosa in piazza CLN a Torino. Tra le tante cose che sono andate perse nella memoria, ricordo però questo concetto espresso allora da Baricco sull'insegnamento e sul tennis. 

Disse qualcosa tipo che per essere un tennista glorioso (uso questa parola perché è stata utilizzata durante la conferenza, citando Rebecca West, un'autrice che ci è parso molto amata dall'autore) bisogna imparare tutte le regole ma poi saper tirare anche al contrario o comunque alla fine fare un po' quel che si vuole e che Dio ce la mandi buona. Ma chi sa se ricordo bene? In ogni caso mi impressionò molto. 

Potete capire che fare questa esperienza così privilegiata vent'anni esatti dopo, entrando come si dice nei meandri della sede nuova della scuola, è stato a dir poso curioso per me. E sono convinta che ogni partecipante all'incontro aveva i suoi buoni motivi per notare l'eccezionalità dell'evento, e la sua semplicità al contempo.


Che dire? Visitare una scuola semi-vuota, in generale, ha il suo perché. Dire suggestivo va bene? Sarà poco, troppo? Non so, ma è quel che ho provato. C'era un bel silenzio concentrato. Ho desiderato fortemente che la mia vita potesse essere come quella di uno studente. Scrivere, imparare, stare bene, essere a mio agio in un posto bello. Insomma ho assaporato qualcosa che mi manca ma che ho visto possibile e che quindi esiste e ho sentito un senso di gratitudine alla vita che qualche volta allestisce costruzioni del genere.


In questa sala ad esempio si costruivano le bombe una volta. Invece adesso ci passano centinaia di artisti e persone creative, conferenze, feste, cerimonie e mi pare una buonissima cosa, no? Un esempio di miglioramento della specie.


Questo, cari amici, è il cortile. Là in fondo ci sono alcune aule, tra cui quelle per il cinema e per il teatro. Da qui escono professionisti di diversi ambiti, come saprete, non solo scrittori puri. Qui sotto invece c'è una mappa. Si tratta del percorso, anzi dei percorsi, che gli studenti compiono o possono compiere alla Holden. In alcuni punti è molto divertente, in altri interessante.

Alessandro Baricco, La Sposa giovane, Feltrinelli
 E infine, il libro. Perché non ne ho ancora parlato? Perché l'autore, e l'editore insieme, hanno scelto di non parlarne troppo. Quindi si è creato un gioco per cui le domande che facevamo riguardavano altro, e non il merito del romanzo. In effetti, è stato simpatico. Ad esempio, io ho fatto una clamorosa domanda sbagliata sul teatro che non aveva tantissimo senso ma quando si è nel gioco bisogna giocare. Eravamo un po' tutti al limite del nonsense ma è stata una situazione originale, di questi tempi bui di noia, un raggio di luce. 

Alla fine sono tornata a casa e il romanzo l'ho letto. Pur non essendo una critica letteraria, come sapete credo, ci ho visto tante cose in questa storia. Mi ha ricordato un po' Quel che resta del giorno, di Ishiguro. Un po' le maschere della commedia dell'arte. E un po' di Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo.

Questo libro sta scalando le classifiche, sta scatenando piccole polemiche e invidie, sta facendo il suo percorso e il suo fortunato tragitto. Forte degli insegnamenti del buon Jeff VanderMeer, mi tengo dentro altre considerazioni (e il finale, che mi manca di leggere) a futura memoria. 



lunedì 23 marzo 2015

Annientamento.

Jeff VanderMeer, Annientamento, Einaudi
L'autore via skype (e il suo gatto in primo piano!).
Alcune delle partecipanti all'incontro (me compresa, con gli occhi chiusi alla vostra sx!)

La settimana scorsa la casa editrice Einaudi ha ospitato un gruppo di scrittori, illustratori, blogger e giornalisti per incontrare l'autore di Annientamento, il primo romanzo di una trilogia - La Trilogia dell'Area X - di prossima uscita e tutta tradotta da Cristiana Mennella.

Avrei voluto scrivere un post diverso, per raccontare quel pomeriggio (ovvero un parallelismo tra le partecipanti e le protagoniste principali del romanzo, quattro donne, una psicologa, una biologa, un'antropologa e una topografa) ma il lavoro e l'influenza mi hanno travolta in corsa, quindi non ho avuto il tempo di elaborare tale ardimentoso componimento lettarario-cronachistico, e adesso eccomi qui. 

Inoltre, Jeff VanderMeer stesso, che abbiamo incontrato via skype, a proposito della rete ha detto qualcosa di illuminante e giusto: dopo una sbornia iniziale, sta incominciando lui stesso a "tenersi" più cose dentro e per più tempo possibile, prima di scriverle sui SN. Così riacquistano valore. Quindi il tempo che è passato da quel giorno, seppur frenetico, è servito anche per me a conservare e custodire la bellezza di quell'incontro e a farne un piccolo tesoro.

Mi limiterò a restare con i piedi per terra e a dire che è stata una bella occasione per dialogare con un autore di alto livello letterario e, mi è parso, anche umano.

Brutto classificare i libri solo in generi, questo dunque non è solo un romanzo fantascientifico. Benché io abbia speso la mia domanda a disposizione per chiedere all'autore alcune parole sul rapporto tra scienza e letteratura (per la cronaca, dico che dopo uno scambio di commenti avuti con lui su Facebook nei giorni successivi ho saputo che parlerà proprio di questo tema al MIT). 

In ogni caso, è stato interessante ascoltare le domande (talune anche piuttosto bizzarre a dire il vero) e le sue risposte sempre accurate. 

Il romanzo è breve e fulminante. Si tratta di una misteriosa missione segreta di professioniste inviate da un ente del governo a esplorare l'Area X. Non è la prima missione, le altre (tra cui quella del marito della protagonista, la biologa) sono fallite tutte e ne restano reduci traumatizzati o diari ammassati e di difficile decodificazione.

Le professioniste partono e vedono, conoscono, fanno esperienza di qualcosa che naturalmente non sto a descrivere per evitare spoiler. Qualcosa che è la Natura con modalità però a noi sconosciute. E leggere è un sapere e risapere sempre uguale e sempre diverso dell'uomo, di ciò che fa, che subisce e che infligge. Bello. 

Andare negli abissi della terra, e dei viventi, è la possibilità vera che ha uno scrittore. Uscirne e restituire ciò che ha visto in forma di avventura è il regalo che fa ai lettori. Quando leggo libri così mi sento fortunata. Penso sempre che vorrei essere capace di fare qualcosa di simile prima o poi nella vita. Intanto, leggere storie come questa è già parecchio.

venerdì 13 marzo 2015

Chi manda le onde.

Fabio Genovesi, Chi manda le onde, Mondadori

Venticinque stesure, di cui due a mano. Quattro anni di lavorazione. Una vita schiva (senza troppo bablinare - mi perdonerete il piemontesismo...? - sui social network). Tutto questo, più il talento, ha creato Chi manda le onde di Fabio Genovesi.




Come lo so? Perché ho partecipato a un incontro martedì scorso a Open Milano e ringrazio Anna Da Re per il gradito invito e Giulia Ichino, editor del romanzo, che ha introdotto e moderato la piccola conferenza per blogger e giornalisti web raccolti in circolo magico attorno all'autore. 

Mentre il mondo si interroga su chi diamine sia Elena Ferrante, dunque, mi sembra interessante ricordare che questo romanzo, tra l'altro, è candidato al Premio Strega 2015.

La storia è una storia corale (Luna, Serena, Zot, Luca, Sandro sono solo alcuni dei molti personaggi) e l'autore ci ha spiegato il perché. Perché non ha interesse in ciò che accade a uno solo, narcisisticamente. Il suo interesse risiede piuttosto nell'incontro, nella relazione tra più personaggi. 

Genovesi diceva anche che lui rimane colpito dalla semplicità (che è sempre riconquistata) delle persone che conosce, come anche degli aggettivi. Inutile complicarsi la vita, certe volte una cosa è bella, e basta. 

Ed è stato bello sentire queste e molte altre parole pronunciate dal vivo da un autore che ha dato alle stampe una storia grande. Una storia che risente delle numerose riscritture cui è evidente che ha consacrato l'anima. Lo scavo psicologico è infatti profondo e sottile, impossibile non cascare dentro la fitta trama e gli snodi che ne dettano i passaggi principali. Decidere chi è il protagonista è impossibile, e l'autore questa la considera una vittoria. Ma a occhio e croce io ne ho identificati due. Una è Luna, una ragazzina albina parecchio intelligente, a me ha ricordato lei, ma anche alcuni personaggi salingeriani.

L'altro protagonista è il disarmante Sandro. Un quarantenne calato a pieno nel nostro tempo, un tempo che non ama molto la maturità e l'indipendenza economica e mentale dei "giovani" e ci lascia tutti ad arrancare per spiegare al mondo che lavoro facciamo e come non ci procuriamo da vivere. Eppure Sandro vi sorprenderà per la sua tenacia, e per la sua capacità di rialzarsi dopo le difficoltà, qualche volta davvero estreme. Quindi fa ben sperare che ci sia una speranza per tutti.

Lo stile di scrittura di questo romanzo è moltplice e risuona delle voci di ciascun personaggio. L'autore ci ha anche raccontato come lui non abbia schemi predefiniti né di linguaggio né di struttura ma come si lasci per così dire trasportare dall'onda della storia, per agganciarsi al titolo, che ha molto a che fare con il mare di una Versilia inedita e inaspettata. Basti dire che tra i suoi maestri di scrittura, capaci di gettare in lui semi di narrazione e di racconto, sono proprio gli anziani di Forte dei Marmi.

Lo scrittore è stato generoso nello spiegare "cosa non si sa", che è una delle sue definizioni della scrittura. Dimostrando un impegno notevole, e raro di questi tempi, nel restare "umano", concetrato sul lavoro artigianale e umile della narrativa.