lunedì 5 dicembre 2016

Scoprire Carlos Ruiz Zafón.


L'uscita dell'ultima parte della tetralogia del cimitero dei libri dimenticati - Il labirinto degli spiriti - creata da Carlos Ruiz Zafón - il conseguente suo arrivo in Italia per raccontare e promuovere il libro - è stata anche l'occasione per un incontro tra l'autore e alcuni blogger e giornalisti.

Ringrazio la casa editrice Mondadori per l'invito che ha reso possibile il mio piccolo viaggio dalla nebbiosa terra sabauda fino alla nebbiosa terra milanese dove si è svolto l'evento.  

Come certi treni della vita, l'opera di questo autore mi era passata di fianco negli anni senza che vi salissi sopra o, più opportunamente nel caso dei libri, ci cascassi dentro. Così quella di ieri è stata prorpio un'occasione inaspettata di conoscenza e di scoperta.

Ho cominciato un mesetto fa prendendo in biblioteca Il gioco dell'angelo (che non è il primo, ma l'unico che avevano nella biblioteca disponibile) e mi sta piacendo molto. Ho cominciato anche la lettura del "labirinto" ma non ho ancora finito. 

Quello che mi ha colpita dai primi assaggi di queste opere è una scrittura corposa e insieme minuziosa (come è spesso rilevabile nelle lunghe narrazioni) e autentica, diretta, non artefatta. Scopro che i personaggi di questi romanzi sono spesso scrittori e che Zafón sembra proprio aver creato uno di quei mondi grandi, grandemente popolati, dove ho notato che le persone amano viaggiare, esplorare, abitare e crescervi. 

Ho ascoltato le domande degli altri partecipanti con interesse e ho formulato la mia che era per forza di cose semplice e poco addentro alla storia. Più una curiosità, in punta di piedi. 

Rilevo a latere che dalle situazioni più all'apparenza neutre, dove ci si pone in una condizione di rispettosi spettatori e in totale ascolto, sono poi quelle da cui si apprende di più. Tanto è vero che alla semplice domanda: "ha intenzione di scrivere altri libri per bambini?" ha fatto seguito qualcosa di più di una semplice risposta di circostanza, è stata piuttosto una piccola lezione sulla scrittura e sull'essere scrittori. Ed eccola qui, rielaborata un pochino:

"Quando scrivevo libri per ragazzi sentivo che c'era qualcosa che non andava, non ero completamente sincero, sentivo di essere fake. Notavo che la condizione di molti scrittori e dunque anche la mia era quella di essere come appesi a una corda che si sta pian piano erodendo e il rischio era, per tutti, di cascare nel dirupo e scomparire. Il timore di tutti gli scrittori (e il mio) era: essere dimenticato e dunque non poter più fare l'unica cosa che sai fare, ovvero appunto lo scrittore. 

In quel momento ho capito qual era il problema. Prima, scrivevo pensando a cosa sarebbe potuto essere notevole per gli altri. Cosa fa vendere, cosa piace. Ma non funzionava affatto. In seguito ho deciso di scrivere solo quello che volevo io, che piaceva a me, così è nata la quadrilogia. Sostanzialmente si scrivono storie per vivere meglio, per vivere di più".

A me le indicazioni sull'autenticità colpiscono sempre molto e valgono per tutti. Questa risposta mi ha regalato molti spunti di riflessione e me la sono portata a casa custodendola gelosamente. Anche le altre risposte sono state degne di nota. Si spaziava dall'ambientazione a Barcellona, alle influenze letterarie, da temi politici a quelli storici. 

Mi ha colpita una risposta sulla comicità di un suo personaggio, in riferimento al quale ci ha ricordato che "il comico è l'unico che può dire la verità, perché nessuno lo prende sul serio. Se dici la verità - e non sei un comico - ti uccidono". 

Ho trovato infine molto toccante la risposta sul personaggio Mauricio Valls - il cattivo per eccellenza. Zafón ci ha tenuto a sottolineare quanto questo tipo di personaggi, nel mondo, siano numerosi. "Personaggi potenti che rubano le vite degli altri o ci passano sopra lasciando dietro di sé strisce di miseria, che calpestano senza porsi alcun tipo di problema pur di prevaricare e la cosa più sorprendente è che ricevono molti consensi, sono applauditi da parecchie persone". 

Dico un'ultima cosa sulle saghe (sulle serie, su tutto ciò che è a puntate): in questo momento della mia vita di lettrice le considero un lusso. Un lusso psicologico che è difficile concedersi, quasi un premio. Mi piace l'idea di poter scegliere quella saga lì, proprio quella e non altre, e accodare al suo autore così tanta fiducia da dedicargli tanto tempo, tanta affezione, tanta attenzione. Per me, è molto, davvero molto difficile farlo ora. Sento la fretta di leggere tutto, diversificare, e cadere di conseguenza nella frettolosità e nella confusione. Un buon proposito per l'anno nuovo, che sembra lontano ma è lì dietro che ci aspetta, potrebbe essere avventurarmi in una di queste lunghe, lente, appassionanti avventure di gente che ne passa di tutti i colori, cresce, afferra una qualche forma di senso, di valore in questa vita o anche solo in quella fatta di parole e immaginazione. Potrei cominciare con Zafón, come hanno fatto negli anni milioni di persone che ne leggono ogni riga con grande passione. 


lunedì 28 novembre 2016

Café au lait - siamo tutti #Robinson


Per la rubrica sulle letture alternative, libri da paesi lontani, editoria indipendente, bibliodiversità, digitale e in generale tutto quello che ti fa dire olè! - ho deciso di dire la mia, casomai ne sentivate l'esigenza, su un nuovo inserto culturale. Parto però da una piccola premessa.

Ho sempre avuto la sindrome del "l'hanno fatto prima di te". Similmente a molti, ho passato tanti anni a proporre idee per articoli e rubriche a giornali ed editori, come ogni buon giovane aspirante scrittore! 

Qualche volta queste idee sono state usate, magari tempo dopo e non da me, però almeno ho avuto la riprova che erano belle. Altre volte erano idee senza valore, ed  stato giusto che non trovassero spazi. Qualche altra volta ancora ho scritto per un po' presso qualche testata e collaborato con qualche editore.

Molto, molto, molto più spesso mi è stato risposto semplicemente: "siamo già pieni", "non c'è budget", "non ci interessa", "abbiamo già i nostri collaboratori". Un classico che in molti si sentono ripetere, ci sta, è normale.

Anche per questo motivo (oltre a mille altre ragioni) quasi nove anni fa ho aperto questo blog. Per avvicinarmi a fare qualcosa che volevo, come volevo, ogni giorno in un non-luogo dove potessi avere io stessa l'autorità di decidere delle mie parole, senza che ci fosse qualcuno assunto prima di me, eternamente più potente di me.

Così fu che, in un panorama web-editoriale in cui si parlava di libri associandoli alle immagini in vettoriale delle copertine, nel 2008 o giù di lì ho pensato di fare un passetto in un'altra direzione, un po' un salto nel buio, e di fotografare direttamente con i miei mezzi i libri che avevo a casa abbinandoli a tazzine di caffè e all'occorrenza altri oggetti domestici. Avevo tratto ispirazione per questa idea dai foodblog che già si comportavano così con il cibo. 

L'unicità ovviamente sta in ciò che si dice, prima ancora che sul come, eppure quella nuova formula: tazzine + libri + pensieri liberi sulla lettura, mi servì a comunicare profondamente con molte persone e a raggiungere tanti lettori ed editori. A oggi, sono ancora parecchie le persone che mi mandano i propri scritti chiedendomi una recensione o una valutazione: ne approfitto per scusarmi per i ritardi mostruosi nelle risposte, sto cercando soluzioni a questa cosa e nell'anno nuovo (marzo circa) ve le racconterò.

Dovete sapere inoltre che in quei giorni a fare questa cosa specifica in rete o sui giornali non c'era nessuno e che da lì in avanti è nata invece la moda di farlo.  Ho la presunzione sensazione (non la certezza per carità) di aver, nel mio piccolo, ispirato molti (sento già la vocina del "fuori i nomi" ma non posso farlo perché ne ho perso il conto, sono troppi, giacché le mode funzionano così e non è che ci sia uno che ha un merito in particolare, non è questo che voglio dire) e per la prima volta comunque ho sperimentato cosa vuol dire fare qualcosa per prima o tra i primi. Fine della sindrome "lo hanno fatto già prima di te", inizio della sindrome "lo fanno dopo di te ma meglio e ci guadagnano".

Così ultimamente me ne sto tranquilla a osservare cosa accade nel mondo, e ad aspettare che nascano nuove idee di modo che io stessa possa ispirarmi agli altri, magari al contrario funziona di più. 

Insomma il mood era questo fino a che domenica in edicola anche io ho comprato l'inserto culturale di Repubblica. Ero curiosa di scoprire qualcosa di nuovo.

Per temi e contenuti, Robinson mi ha dato una grande lezione. Di vita, prima ancora che di scrittura. Ho capito che non importa se qualcuno fa qualcosa prima, dopo o durante te. La cosa importante è fare. La notizia dunque è che nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma.

Ah, già, qualcuno nel 1764 aveva già avuto un'ideuzza su libri e caffeina...

Di inserti culturali dunque ne sono sempre esistiti, ne esistono altri, ne nasceranno altrettanti. Eppure, nasce Robinson. Non so se mi spiego, voglio dire che le possibilità di scrittura, di arte, di argomenti, un po' come si dice delle cose buone come l'amore, si moltiplicano, nascono e rinascono e "il libro degli eventi è sempre aperto a metà". Cito la Szymborska non a caso perché ci sono articoli molto belli su di lei. E c'è un fantastico racconto inedito di Murakami. 

In ogni caso, avevamo fame. Anzi, per l'esattezza, ci sembrava di aver inghiottito il vuoto cosmico, quella era la sensazione. 

Questo l'incipit stupendo e se siete della mia generazione vi ci ritrovete senz'altro. La fame. Non solo quella fisica, di cui nel mondo soffrono veramente le persone, ma anche la fame di spazi, di saperi, di novità, di approfondimento, di lavoro vero. 

In effetti, siamo tutti e sempre e ogni giorno e ancora dei Robinson su un'isola sconosciuta. Stuck in the middle of nothing. E ci tocca, come diceva qualcuno, restare affamati. Ed è quello che farò nel mio piccolo anche io.

E ringrazio le occasioni di apprendimento come questa, molto forti e belle. 

Infine, nell'era del "siamo tutti qualcosa", sento di affermare: "siamo tutti Robinson Crusoe". 
Ops, anche questo l'ha già detto qualcuno prima di me... (qui).

 Qui invece il video in cui Mario Calabresi, il direttore di Repubblica, racconta Robinson in una location a me molto cara, la libreria Luxemburg di Torino. Buona lettura!

lunedì 21 novembre 2016

Il libro del mese - 7-7-2007 di Antonio Manzini

Antonio Manzini, 7-7-2007, Sellerio editore Palermo


"Come li ho fatti i soldi? Ho arrotondato. Ho arrotondato sui carichi di marijuana sequestrati, ho rubato le bustarelle di qualche assessore quando li ho beccati con le mani in pasta, ho rivenduto due quadri, sì! L'ho fatto!" Ma non aveva mai fregato la povera gente, non aveva mai chiuso gli occhi davanti al potente che glielo ordinava. 

Confesso: ho comprato questo libro in un supermercato. Da brava lettrice forte, non sono proprio una fan della GDO (Grande Distribuzione Organizzata), però al supermercato ci vado e quando c'è da fare la spesa grossa vado in quelli grossi, come la maggioranza della gente. 
Questo libro se ne stava lì sullo scaffale in mezzo alle pubblicazioni mainstream. Di solito non lo faccio. Li guardo, ma raramente li compro. Ne ho comprato uno in Autogrill questa estate e mi ero ripromessa di smettere. Ma questo non potevo lasciarlo lì e rimandare, forse mi sarei scordata di comprarlo in seguito e avrei perso qualcosa di importante. A mia parziale discolpa, dico che c'era un forte sconto...

La colpa è proprio uno dei temi del libro. Che colpe abbiamo quando siamo messi alle strette? Che attenuanti?

Prima però devo dire una cosa. Ho comprato questo libro per il titolo e la copertina. Non conoscevo l'autore e la sua saga noir con protagonista questo antipatico, scorbutico (la sua risposta tipo agli stress della vita è: "sticazzi" tanto per inquadrarlo), vicequestore, romano, di Polizia. Né sapevo che ci fosse una serie televisiva sulle sue avventure. 

Hem, non ho la televisione da tre anni e non me ne vanto!

E la cosa che devo dire è questa: il titolo riporta una data che ha a che fare in modo molto preciso con la mia vita. Non solo sono nata in un giorno con tutti i numeri uguali - 8/8/1980 - ma in quel ormai lontano 7-7-2007 è successo qualcosa che ha cambiato la mia vita in modo irreversibile.

Avevo ventisei anni e vivevo in casa con i miei genitori. Benché avessi già affrontato una buona dose di difficoltà, avevo la fortuna di avere una famiglia di lavoratori e mi stavo impegnando a ricavarmi una nicchia di sicurezza e serenità, pensavo di essere in salvo e mi sbagliavo. Stavo lavorando a una traduzione dall'inglese e di lì a poco dovevo cominciare uno stage (l'ennesimo, ma questo prometteva bene) in un'agenzia di pubblicità. Mi avrebbero pagata anche: ben, se non ricordo male, 250 0 300 euro al mese, ma era per sei mesi e forse chissà, dopo...

Un mese prima di quel giorno di luglio però mia madre ebbe un grave incidente di salute, un ictus e un infarto insieme, e siccome era nel pieno dei suoi anni si può dire che la sua vita fu spezzata a metà da quell'evento. Restò un mese in ospedale di cui due settimane in coma farmacologico. Lasciai a metà la traduzione, ma cominciai lo stesso lo stage e la andavo a trovare in pausa pranzo con mio padre. 

Paradossalmente, il mese di ospedale fu il più semplice. Il difficile cominciò quando, proprio il 7-7-2007 - in una giornata calda e afosa - mia madre tornò a casa. Non parlava più, era diventata afasica e aveva qualche difficoltà di movimento. Io provai quella sensazione che, per assurdo, provano le neo-mamme con il neonato il primo giorno che è a casa: e adesso che faccio?

Divenni, per un anno intero, la mamma di mia mamma. La portai a logopedia, fisioterapia e tutte le cose che finiscono in -ia, la mia agenda era piena come quella di un Presidente degli Stati Uniti. E intanto lavoravo. Passò un anno e mia madre tornò abbastanza in forma, mi occupai delle pratiche per il suo rientro al lavoro, e intanto chiesi al mio capo il part-time (lo stage si era nel mentre trasformato in contratto a progetto). Ero stanca e avevo bisogno di riposare, ma mi fu negato e mi ritrovai a casa e senza un lavoro. 

Ho passato molto tempo a chiedermi perché molti dei miei coetanei avessero la possibilità di vivere la giovinezza, divertirsi, fare figli, uscire, mentre io perdevo opprotunità su opportunità e avevo quella grossa sfida da superare. Dicono che la vita (o Dio per chi ci crede) ti da quello che puoi sopportare, e in effetti tirando fuori un grosso carico di amore e di forza, ce l'ho fatta, mia madre è ancora viva e sta meglio e io sono qui, a raccontarlo. Soprattutto, mi fu chiaro che esistevano sofferenze anche ben più grandi della mia e imparai il senso della gratitudine.

Nel febbraio del 2008, infine, nel pieno della crisi economica, ho aperto questo blog. Nello stesso periodo uscì il mio primo racconto pubblicato su una rivista importante, Nuovi Argomenti, che parlava proprio di ciò che era appena accaduto, ma questa è un'altra storia. 

Tornando a quel 7 luglio fu così intenso per me, per mille ragioni. Pochi giorni dopo ad esempio perdemmo anche il gatto che era stato con noi per 24 anni, fu strano, non piansi mai una piccola lacrima per lui, me la cavavo in un qualche modo. Detta così non si capisce però più di tanto, perché sono sempre i dettagli a fare la differenza e che hanno reso le cose davvero complicate, ma siccome è una storia intima e vera i dettagli li tengo per me. Però ecco quel che voglio comunicare è che quando un titolo ha così a che fare con te, lo compri subito, non aspetti, e lo accatasti amorevolmente tra un surgelato e la carta igienica.

Devo dire che ho fatto bene. Pur avendone scritto uno e pubblicato nel 2013, per chi se lo fosse perso, eccolo qui! non sono una lettrice accanita di noir. 

Lo schema in genere è troppo semplice, ci sono i buoni e i cattivi e si risolve sempre tutto nel lieto fine. In questa storia invece non funziona affatto così. Schiavone è odioso, un mezzo delinquente e non è buono nel senso stretto del termine ma compie il bene per gli altri e questo in un racconto, come nella realtà, è interessante. 

Quante scarpe da ginnastica hai avuto durante le medie? Non lo sai? Non te lo puoi ricordare? Io solo un paio. Prese più grandi di due numeri in prima media e durate fino alla terza!

Questa è la voce di Schiavone. Se l'è vista brutta fin da piccolo, ne ha combinate di tutti i colori  eppure fa il poliziotto. 

Scrivo questo post per chi, come me, si è sentito a lungo in svantaggio e può trovare una buona valvola di sfogo in un romanzo come questo. Se, come Schiavone, vi siete dovuti arrabattare vostro malgrado e al contempo vi siete ritrovati spesso, ad esempio, ad avere a che fare con persone che stavano meglio di voi, sapete di cosa parlo. A differenza sua, non avete senz'altro commesso reati, ma avrete visto un po' come vanno le cose, diciamo che qualche "legge del mondo" avete cominciato a conoscerla.

Una legge che mi pare di aver capito io è infine che dagli svantaggi può sempre nascere qualcosa di buono. Ma è dura. 

L'altra legge che ho capito è che un buon romanzo è sempre una buona idea, che merita cacciare qualche euro in più per comprarsene uno anche al supermercato. In questo ad esempio si segue "lo sbirro" fino ad entrare nella sua testa in una vicenda oscura e tremenda. L'omicidio di un ragazzino della Roma bene ritrovato in una cava di marmo proprio in quel luglio 2007. Il corpo viene scoperto in un laghetto artificiale (pensate che coincidenza, così accade anche nel mio romanzo dove il corpo della vittima si riesuma da un lago artificiale - fine della pubblicità!). 

E da quel momento la vita di Schiavone che ha perso la moglie, nel senso che lei lo molla quando scopre che nel suo passato ci sono alcune macchie, cambia radicalmente e non sarà più la stessa. 

Che dire di altro: mi ci sono affezionata e lo consiglio, è una lettura anche divertente e questo tutto sommato fa bene allo spirito.



giovedì 17 novembre 2016

Tazzina di sakè - La casa dello spirito dorato

Diane Wei Lianf, La casa dello spirito dorato, Guanda

Per la rubrica dedicata alla letteratura orientale di ogni tempo, questo mese di novembre segnalo un romanzo con una protagonista cui non è possibile non affezionarsi. 

L'ambientazione è contemporanea: la Pechino del post-Olimpiadi, siamo praticamente ai giorni nostri e si osserva tra le maglie della trama la città cambiare, allargarsi la forbice tra ricchezza e povertà, tradizione rurale e grattacieli che spuntano come funghi: aspettatevi la Cina di oggi, come ve la immaginate: un luogo affascinante, brulicante e contraddittorio. In piena crescita economica ma, come succede quando si cresce, in piena confusione.

E poi c'è Mei, un'investigatrice privata. Non ci si può credere, ma questi mestieri esistono sul serio e l'autrice neanche per un attimo disattente la verosimiglianza. Cascate nella storia dalle prime riche e le accordate tutta la vostra fiducia:

Mei aveva sentito dire che la Pillola dello Spirito Dorato aveva il potere di curare i cuori infranti. Non ci credeva. Era una leggenda, una storia cara alle vecchiette che masticavano semi di girasole arrostiti nei cortili delle case. Non riusciva a credere a una cosa simile, proprio come non riusciva a credere che dal respiro di Duhuang fosse nato l'universo. Era una donna di trentadue anni, moderna istruita e razionale. Se dalle pene d'amore passate aveva imparato qualcosa era che niente, salvo il tempo, può guarire un cuore infranto. Era proprio lì che si sbagliava. 

In bilico tra immaginazione e realismo, Diane Wei Liang fa sì che Mei si ritrovi a indagare sui misteri che ruotano attorno alla casa farmaceutica che produce questa fantomatica pillola, la Casa dello Spirito Dorato e scoprire lei stessa se è vero che questa medicina miracolosa fa quello che promette. In tutto questo, la trama è un noir tradizionale, aspettatevi bagni di sangue, intrighi, emozioni forti. Ma anche sapienza narrativa e puro intrattenimento. 
L'autrice poi ha una storia particolare a sua volta: parte della sua infanzia l'ha vissuta in un campo di lavoro e mentre studiava psicologia ha preso parte alle proteste di piazza Tienanmen e di conseguenza si è dovuta trasferire negli Stati Uniti. 

Non sempre la vita di un autore influisce in qualche modo sulla sua opera ma in questo caso credo di sì, non tanto per le tematiche quanto per l'impatto forte delle parole e la capacità introspettiva.

[Traduzione di Stefania De Franco, copertina di Guido Scarabottolo - romanzo inviato dall'editore, che ringrazio!]

lunedì 14 novembre 2016

#Diariodicorso - una giornata da Zandegù con Elena Varvello


Nell'eterna querelle - corsi di scrittura sì, corsi di scrittura no - mi schiero e dico sì. Capisco ovvero le ragioni del no e condivido sul fatto che l'autenticità di un autore prescinde da qualsiasi insegnamento, ma credo che i corsi di scrittura siano utili ad aiutare la voce a uscire in modo chiaro dal petto di quello stesso autore. 

Meglio e prima che se questi venisse lasciato a se stesso. E lo dico da persona che con i corsi in generale non ha un buon rapporto né fortuna. Ho frequentato un Master, è vero, ma in "progettazione editoriale", quindi ho ascoltato un sacco di lezioni tecniche sulla filiera dell'editoria e solo poche ore di creative writing. E ho frequentato un mini-corso alla Holden nel '99 (del secolo e millennio scorsi) ma troppo breve e sono passati tanti anni oramai. Aggiungo che quando mi è stato proposto di tenere io in prima persona dei corsi, la maggior parte delle volte qualcosa è andato storto o si erano iscritte troppo poche persone - tranne a un corso di aikido in un asilo infantile, sempre nel '99 (si vede che ero ispirata) che fu un successone!  

Insomma, sul tema corsi di scrittura e letteratura in generale ho tantissimo da capire e soprattutto da imparare. Potrei odiarli, della serie "la volpe e l'uva" e invece ne sono una sostenitrice. Perché sono utili.

E non sono utili solo da un punto di vista tecnico: per quanto siano decisivi a mettere in chiaro concetti fondamentali per la costruzione di un'opera letteraria, nella fattispecie romanzi e racconti, ma lo sono anche per ricaricare le energie e passare parecchie ore concentrati e insieme a propri simili, senza altre pressanti distrazioni o doveri, se non verso la propria opera (opportunità talmente rara da essere preziosa come l'oro). 

Se è vero infatti che lo scrittore si nutre spesso e volentieri di "altro" rispetto ai libri (ed è ciò che la tendenza crossdisciplinare degli ultimi tempi sostiene e fortifica), è altrettanto vero che un sano confronto, o anche solo semplicemente la possibilità di condividere pasti e pause caffè, con scrittori alle prime armi o affermati non importa, ma con scrittori, a uno scrittore non può che giovare. 

Soprattutto data la natura solitaria e introversa del mestiere. Naturalmente, lunga vita a chi sceglie invece (o chi non può scegliere ed è costretto a portare avanti) un percorso da autodidatta. Una volta non c'erano queste opportunità ed è nato Proust! (Non c'era nemmeno il Ventolin, però, che forse gli avrebbe cambiato la vita in meglio).

Dopo averci pensato a lungo, infatti, mi metto nel gruppo di quelle persone che pensano che gli strumenti e i vantaggi del progresso e della contemporaneità rendano migliore la condizione degli artisti e quindi delle opere. Sono, per restare nell'esempio, di quelli che pensano che Proust con corsi di scrittura, psicoterapia e ottimi dispositivi antiasma avrebbe scritto ancora meglio. Non credo in definitiva che il genio venga dallo svantaggio, ma che sia meglio coltivato nei vantaggi. Liberi di pensare il contrario ma ecco, ho detto la mia. E la mia posizione non sempre è stata vantaggiosa, anche qui potrei preferire il lato oscuro ma non è così, per niente. 

Naturalmente, non c'è una corrispondenza biunivoca: ahimé, i corsi di scrittura non sfornano talenti. Lasciate ogni speranza voi che entrate in una scuola di scrittura. Se non c'è talento, vocazione, amore puro per le parole e le storie, non te lo infondono i maestri. Insomma, è un'antica questione con cui fare i conti. 

Fatta questa premessina, ecco che vi racconto: sabato scorso sono stata ospite dei cari amici della casa editrice Zandegù

Ho avuto  l'opportunità di assistere e partecipare a una lezione della scrittrice Elena Varvello. 

Sono stare ore magnifiche, ma, neanche a dirlo, non è che dopo averla ascoltata, si imparano a scrivere libri come questo... 

Eppure si attinge dalla sua professionalità e si mettono in borsa alcuni attrezzi che possono in seguito essere utili a comporre, umilmente, in solitudine la propria, di storia. E non è poco.
Il tema del corso che ho seguito io era "il narratore". Ho raccontato qualcosa in tempo reale su twitter con l'hashtag #diariodicorso ma non vi voglio svelare i contenuti della lezione. Vi tocca iscrivervi! 

Posso dirvi come mi sono sentita io, che è tutto quello che so. Mi sono sentita bene. E alla fine ero stanchissima, come dopo una giornata di intenso lavoro. La sera prima avevo preparato i vestiti da mettere, come al primo giorno di scuola, e sentivo quel morso alla pancia di paura e felicità. Mettere in ordine le informazioni  mentre Elena spiegava mi ha restituito un senso di responsabilità verso la mia stessa scrittura, di serietà e di piacere. Ho pensato che è un mestiere faticoso, che poco ha a che fare con il "successo" e molto con il mistero, l'impegno e il senso delle cose. 

Ho infine amato molto il luogo, la #zandecasa. Uno spazio - sede della casa editrice e dei corsi - che sa di nuovo, una casa da poco inaugurata, tutta bianca - cosa che dava quel senso di sacralità rituale che secondo me hanno questo genere di incontri, quando riescono - ma anche piena di colori. Si sta bene da quelle parti e vi cosiglio sinceramente di passarli a trovare in Via Exilles 18 a Torino. 

Una precisazione: i corsi Zandegù non sono solo per aspiranti scrittori o narratori letterari, ma trattano diversi aspetti della scrittura e del lavoro per cui vi consiglio di sbirciare il loro sito e trovare quello che fa per voi. 

Un'ultima cosa carina: tra i partecipanti al corso, c'era anche Matteo Bertone che oltre a essere un amico, è uno scrittore e illustratore che merita. Matteo tra l'altro presenta questa sera proprio Elena Varvello presso la libreria Mondadori di Vercelli, per cui, se potete, fate un salto ad ascoltarli!






venerdì 11 novembre 2016

My cup of caffè

Don DeLillo, L'uomo che cade, Einaudi

Dopo il risultato delle elezioni americane tocca fare come quando tu o quelli a cui vuoi bene fate qualcosa che non va: continuare a volerti e a voler loro bene lo stesso, e amen. Lo dico perché l'America (del Nord e del Sud) è un posto cui sono legata, che ho studiato e che rispetto. Le letture più importanti della mia vita vengono da lì, e DeLillo è una di quelle.

Siccome questa rubrica riguarda proprio le mie letture angloamericane (che è ciò in cui mi sono laureata e con cui sono diventata adulta) il dubbio mi è venuto: che fare? Su Trump e Clinton si sono scritti fiumi di inchiostro e io non sono certo una politologa.


Purtroppo non si trova più in rete, ma quando uscì Punto Omega ci scrissi, nel 2010, uno dei "post" di cui andavo più fiera, su una rivista indipendente online che si chiamava Indie Riviera.


Da Body Art nel 2001 rimasi molto colpita, mentre sono un po' più ignorante sulle prime opere, di cui ho un ricordo da studentessa ma meno attuale. 

Credo contestualmente di essere una delle poche persone al mondo a non aver ancora letto Zero K (tradotto a quanto pare magistralmente da Federica Aceto), DeLillo è stato a Torino, presentato da Culicchia (che ha presentato anche me, giuro è vero) almeno a giudicare dall'Internet e dalle infinite condivisioni di informazioni e articoli su quel libro. Rimedierò, ma intanto mi è successa questa cosa. 

Dovete sapere che L'uomo che cade è in assoluto il primo libro che è apparso su questo blog. 

Ho aperto il blog il 14 febbraio 2008 e il 15 parlavo di questo romanzo in due sole righe, prima ancora di iscrivermi a twitter e di affacciarmi dunque alla sua forzata brevità, ecco qui il mini-post. 

Poi mi è accaduto il 9 novembre di quest'anno di guardarlo sbucare dalla mia libreria (uno dei pochi libri risparmiati dal topo, per saperne di più, guardate qui ).

Ci penso un attimo e capisco che il 9/11 è l'opposto dell'11/9, che è il tema del romanzo stesso.

L'uomo che cade, cade dalle Torri Gemelle e la storia di questo libro è tutta lì, in quell'episodio che ha cambiato (forse) il mondo. 

Ognuno di noi ha il suo ricordo di quel giorno, io (perdonatemi l'autoreferenzialità di questo blog) avevo 21 anni e quel pomeriggio dovevo rispondere a un'intervista radiofonica perché avevo scritto un articolo su Marie Claire che parlava di "biotipologie", va a sapere che sono, non me lo ricordo più. E così lo speaker (non mi ricordo manco la radio) voleva saperne di più e mi telefonò. Parlavamo quel pomeriggio di sole come reduci - soli - nell'Universo perché nessuno ha mai ascoltato, credo, quella conversazione radiofonica, dal momento che tutti, ma proprio tutti quelli che ce l'avevano erano incollati alla tv per capire che diavolo stesse succedendo.

DeLillo infine con questo romanzo interlocutorio e doveroso fa quello che deve fare uno scrittore: ha preso quei fatti, enormi, di una complessità senza rimedio; li ha digeriti, rielaborati e confezionati in una forma d'arte fruibile per noi comuni mortali. 

Le prime tre pagine sono la perfezione letteraria pura (non ho idea di come sia Zero K ma se è così, ottimo auspicio!). E dunque il libro si suddivide in tre parti, ed esplora tre tematiche: la storia di una famiglia, come si dice, "disfunzionale", la storia intima e impietosa dei terroristi e la storia di un artista. 

Questo libro è un messaggio piuttosto chiaro del suo autore che, non saprei dirlo con parole meno semplici, punta all'essenziale, al "punto omega". Per me, risente, o trae giovamento, di un lavoro di lima serio, intimo e definitivo. Questa è la voce di un autore che torna al nocciolo delle radici della base della sua scrittura e della scrittura di tutti, punta e si consuma nell'universalità che ci tocca tutti. Lo fa a partire da qui, forse un po' prima, e a quanto pare lo fa per arrivare a Zero K. 

E se non è un messaggio, è senz'altro una dichiarazione di intenti e una indicazione stilistica. 
Non lo so, ma credo che funzioni proprio come gli affetti più cari: ti vuoi bene solo cambiando. Continuo a voler bene a quella parte di mondo che per me ha significato così tanto, nonostante tutto. So che è un sentire comune, vediamo cosa succederà. Intanto è morto Leonard Cohen, vi lascio con un suo brano. Buon ascolto.



mercoledì 9 novembre 2016

Taccuino-di-caffè - una novità!


Cari amici, ci ho pensato un po' e visto che va un sacco di moda e - udite udite - soprattutto in vista di alcuni epici ed epocali cambiamenti (scherzo eh) che ci saranno per voi amati lettori di questo blog dall'anno nuovo, ho deciso di introdurre una piccola novità!

Il nostro beneamato taccuino settimanale di notizie libresche, editoriali internettiane (e non) si trasforma e diventa una newsletter! 

Insomma se vi iscrivete - neanche da dirlo, ma naturalmente gratis, cioè non vi arrivano le pentole di Mastrota a casa se cliccate -----> qui, dal prossimo mercoledì potete leggere le mie notiziole, i miei pensieri, monologhi interiori e stream of consciousness vari e soprattutto gli eventi che mi riguardano o che mi colpiscono del mondo della scrittura mondiale direttamente nella vostra casella di posta.

Beh, sono proprio contenta! Che dire? Buone letture

martedì 8 novembre 2016

Post del cuore: quando un libro è più di un libro ma la realizzazione di un sogno

Katia Bernardi, Funne - le ragazze che sognavano il mare, Mondadori

Questo è senz'altro più di un libro e mi fa piacere dunque raccontarvelo in questa rubrica che ho chiamato "post del cuore". Mi preme infatti l'obiettivo di restituire ad alcune parole il loro senso più autentico (modesto no come proposito?). Ovvero: il cuore, un po' come i sogni, si è trasformato nel tempo, favorito dall'Internet forse o dal cinismo imperante, chi lo sa, in un concetto astratto, mentale e dunque all'apparenza stucchevole. Invece per quanto mi riguarda ho scoperto che tutto sommato il cuore è anche un criterio, oltre a un muscolo, che con i suoi movimenti guida le scelte, in definitiva tutta la vita. 

Questo libro l'ho scoperto da un amico e ringrazio l'editore che me lo ha inviato. Ma forse presto o tardi l'avrei incontrato per vie traverse, per conto mio e mi ci sarei immersa dentro, come in un'onda marina benevola. 

 Dicevo che è più di un libro perché Funne è anche un documentario, anzi nasce proprio come progetto audiovisivo. Vi inserisco qui il teaser del documentario che, completo, è stato presentato ufficialmente il 22 ottobre alla Festa del Cinema di Roma. 

L'autrice di entrambi i progetti si chiama Katia Bernardi, di lei sappiamo che è di origine trentina e che per far avverare i sogni indossa un berretto giallo (che si vede nella sua foto in quarta di copertina).

Insomma tutta questa storia è talmente bella e delicata e tenera, ma anche seria e professionale, che a me ha smosso e toccato il cuore e la fantasia.

A partire dalla dedica che, tra le altre cose, dice:

A tutte le Funne di Daone, perché i sogni non hanno età e, davvero, non è mai troppo tardi. 

Ma chi sono le Funne? E qual è il loro piccolo sogno che diventa così grande da avverarsi?

Le funne (che vuol dire "donne") sono alcune signore tutte sull'ottantina, abitanti di Daone, un paesello sperduto tra le montagne del Trentino, 588 anime contate e poche, molto poche cose da fare. Per questo, la gran parte della vita sociale delle anziane del paese confluisce nel Rododendro, un circolo per pensionati che più normale non si può immaginare. Tombole, briscole, balli lisci e mini gite fuori porta: poco spazio per fantasticare. 

Tutto tranquillo, peccato che la crisi economica colpisca spesso dove fa più male, e così anche le casse del  Rododendro piangono: tocca inventarsi qualcosa per finanziarne le già scarne attività. 

Da quel momento in avanti succede qualcosa che mi piace sempre trovare nelle storie che funzionano, e che secondo me dà senso a tutto quanto (cioè le nostre vite): la crisi diventa l'occasione per far lavorare l'immaginazione, accende gli animi e più le cose si fanno difficili più energie tocca mettere in azione. Di lavoro dunque si tratta, quindi niente scorciatoie, però è bello, è una fatica bella. E così nascono le idee. 

Come siano poi arrivate a desiderare di vedere il mare, loro che non lo avevano mai visto, è la trama stessa del libro e del documentario, che lascio al gusto di chi leggerà e guarderà. 

"Al mare" sussurrò con una vocina flebile la dolce Irma.
"Al mare" ripetè poi con un tono poco più forte.
Calò il silenzio nella sala del Rododendro quel mercoledì mattina. La parola 'mare' tolse a tutte il fiato. Davvero. Per un lungo istante non si udì alcun rumore. Solo, in lontananza, il rumore del mare.

Ora, sul finire di questo post, pensate a un posto. Concentratevi, magari a occhi chiusi per qualche secondo. Quel è il vostro posto del cuore? Potrebbe essere anche un tempo o qualcosa che ancora non sapete di volere o che nemmeno esista per voi. Qual è il vostro mare?

Pensateci, sognatelo e magari seguite l'esempio di Katia e del suo berretto giallo per avverarlo, leggendo come ha fatto lei e come hanno fatto loro.