venerdì 10 luglio 2015

Prometto di sbagliare: un regalo e buone vacanze!

 

Cari amici lettori di questo blog, mi auguro di vero cuore che voi tutti siate in vacanza, alle Hawaii o a Bordighera non mi importa, quel che mi interessa è che siate un po' felici. Vi auguro lussi ma soprattutto serenità, allegria e persone che vi vogliono bene. O per lo meno mi auguro che abbiate un libro sul comodino. Per le prime tre cose non posso farci niente, tocca a voi avere forza, coraggio e fortuna, ma per la quarta posso fare qualcosa di utile, seppure a distanza.

Posso regalarvi l'estratto di un romanzo in anteprima.

Ho deciso di partipare dunque a un "Blog Tour" ideato dalla casa editrice Garzanti

La prima tappa è partita il 6 luglio sul blog Crazy for romance. 
E queste sono le prossime date: 

Martedi 14 Luglio su Leggere fantastico e romantico
Lunedi 20 Luglio su Atelier dei Libri
Venerdi 24 Luglio su Insaziabili Letture

Il romanzo di cui vi voglio donare un estratto - è giusto che lo sappiate subito - è un romanzo d'amore. Una storia romantica che può allietare un periodo che si spera sia bello come quello dell'estate ma anche oltre. Perché la vita e l'estate e l'oltre meritano di essere allietati, dal momento che tutti abbiamo bisogno di un po' di dolcezza, fiducia, un po' di tregua dai pensieri quotidiani, un po' di energie nuove ed è bello appassionarsi all'amore, alle storie.

Dunque dunque, l'autore Chagas Freitas Pedro racconta in Prometto di sbagliare di un incontro che avviene tra due persone dopo molti anni che si sono lasciate, e spiega come ci si possa amare solo riconoscendo di essere imperfetti. 

Beh direi che ci siamo: sull'imperfezione mi pare che ci troviamo tutti d'accordo, no?

Ecco dunque questo è il mio saluto e il mio regalo per voi. 

Potete trovare l'estratto a voi dedicato qui.


(Il libro è già disponibile per il pre-order su Amazon e su questo link su Ibs senza spese di spedizione! Ma uscirà in libreria il 27 agosto).

Se continuate a seguire il blog tour, appuntamento martedì 14 luglio

Quanto a me, parto per qualche giorno per un'esperienza di lavoro seria e spero anche interessante dal punto di vista umano. Sarò però al mare: conto di divertirmi anche, se possibile!

Un abbraccio a tutti e a presto. Bevete tanto caffè freddo, mi raccomando.




mercoledì 8 luglio 2015

Antoine de Saint-Exupéry - La pasta umana.

Antoine de Saint-Exupéry, La pasta umana, Utet

Tutto cominciò per me con Il mestiere di vivere di Cesare Pavese. E furono guai seri, in senso buono, poiché mi appassionai in modo irreversibile al genere diaristico. Di quella lettura ricordo l'ingenuità della giovinezza che mi aveva portata ad annotare, in matita, accanto alla frase di Pavese che recitava: "tutto ciò che più temiamo accade" (riporto a memoria), un commento tra l'arrabbiato e il fiducioso del tipo: "ma allora anche ciò che più speriamo?!". 
 

Eh sì quell'idealismo e ottimismo, che allora si accompagnavano però a pericolose e tardoadolescenziali montagne russe emotive, non mi hanno ancora abbandonata. Anche se oggi non mi permetterei più di apostrofare il grande scrittore e poeta, mi limiterei magari a prendere atto della grandezza del suo dolore, e della sua arte. Ricordo di quel libro un'edizione curata da Marziano Guglielminetti, con cui diedi un esame all'Università, e ricordo anche lo incontrai qualche tempo dopo sul tram 15 a Torino e mi disse - devo averlo già scritto da qualche parte su questo blog - insomma mi disse di non "irregimentarmi", si riferiva al lavoro, alla scelta di un lavoro che mi rendesse libera, così almeno interpretai quella indicazione. Potessi parlargli adesso, ma non è purtroppo più possibile, gli direi che sono passati più di dieci anni e ci sto provando sul serio e ci sto lavorando davvero, nonostante alti e bassi, errori e inciampi, e credo che la scrittura sia un buon metodo per raggiungere la libertà nella vita, una libertà di scelta e qualche volta addirittura di allegria.

Passando dai tremendi ed emotivamente scombussolanti diari di Sylvia Plath, fino a tutti (quasi) gli angloamericani, la forma del memoir, dell'autobiografia e del diario ha continuato ad appassionarmi fino a qui. E ancora oggi mi capitano tra le mani taccuini come quelli del mitico Antoine de Saint-Exupéry. Ringrazio gli amici del prestigioso editore Utet per il dono, che è stata una vera sorpresa.

Come molti, ho letto, e riletto parecchie volte nella vita Il piccolo principe. L'ho anche amato sinceramente. Devo avere anche un temperino, una t-shirt, un'agendina e alcuni altri gadget di quel libro. 

Quindi a muovere la lettura dei taccuini è senza dubbio come prima cosa la curiosità di scoprire lati diversi rispetto a quelli noti di un autore tanto universale. Rimando, per una comprensione maggiore, alla postfazione della traduttrice Manuela Maddamma, Un fiore di civiltà in cima allo stelo.

E aggiungo che in questo piccolo libro, che si inserisce nella collana UtetExtra a cura di Emanuele Trevi e Luna Orlando, si trovano le considerazioni di un quinquennio - 1935/1940 - sistemate come appunti presi qua e là e, si apprende, spesse volte anche in volo, poiché l'autore era un pilota. Beh non esiterei a definirli allora voli pindarici su tutti i temi dello scibile. L'amore, prima di tutto. 

Tanto  che questo è l'incipit del Taccuino 1:

Bisogna fare qualcosa degli uomini. È il solo problema importante: per prima cosa quello delle relazioni umane... E parlando di carità e di universale viene dimenticato l'essenziale: l'amore.

Per poi spaziare dalla giustizia alla verità, da Dio alla razza, dalla filosofia all'uguaglianza, dalla cultura alla biologia all'astronomia e poi ancora a tutto ciò che concerne "la pasta umana".

La pasta umana dalla quale si estrae così poco: sì, questo è il vero dramma. 

Ci tengo a dire che questi taccuini sono un diario intimo di una mente particolare. 

dei nostri", ammetteva volentieri un pilota francese, collega di Saint-Exupéry ai tempi feroci delle prime rotte commerciali nel Nord Africa e in America Latina. Subito dopo però aggiungeva una precisazione essenziale: "ma non è come noi". Ammirevole sintesi psicologica, racchiusa in un pugno di parole più preziose di intere biblioteche di studi critici.

Eh sì, così si legge nella bella prefazione. Una precisazione essenziale perché, si sa, l'essenziale è invisibile agli occhi.






venerdì 3 luglio 2015

Guest Post di valore e La sicurezza degli oggetti di A.M. Homes.

A. M. Homes, La sicurezza degli oggetti, Feltrinelli
ph. Federico Botta
 Premessa: all'incirca un annetto fa avevo annunciato cambiamenti in questo blog. Non si trattava di cambiamenti nella grafica, come avrete notato. Ma mi riferivo alla frequenza dei post, alle scelte  editoriali e all'ospitalità. Avrei voluto, infatti, da molto tempo, invitare giovani scrittori talentuosi a scrivere le proprie opinioni sui libri che hanno letto e apprezzato. 

Ho avuto così la fortuna di conoscere una giovane e talentuosa scrittrice che si chiama Giuli Muscatelli. Non mi dilungherò in presentazioni enfatiche, perché parlano i sui scritti per lei, ma vi dico che potete trovarla, ad esempio qui, o qui

Mi sento onorata: Giuli è una persona che lavora alacremente, con una serietà invidiabile ed energie fuori dal comune. E ciononostante ha scelto di accettare la mia proposta di scrivere un post per Tazzina di caffè ;)

Le sono molto, molto grata.

Questo blog è di certo più intelligente di me, e mi trascina verso le cose belle, giuste e serie anche quando io non ne sono capace. Fa da solo ormai, è grande e decide cosa fare al posto mio.

Grazie quindi a Giuli per questo post e a voi che lo apprezzerete, ne sono sicura, quanto me. 

Buona lettura!


"Uomini oggetto da coccolare", questo lo slogan che appare sulla pagina iniziale di un sito d’incontri in cui mi è capitato d’imbattermi in questi giorni. Mi sono fermata a riflettere su quale parola puntassero per convincere le donne che per incontrare un uomo, fosse più interessante cliccare sul mouse invece che esagerare con il mascara e uscire di casa. 

Il sito si chiama "Adotta un ragazzo.com" ed è un vero capolavoro. Racchiude tutte le caratteristiche tipiche della nostra epoca: ovvietà femministe, promozioni, consolazioni a buon mercato, e il grande,
rassicurante concetto del "ce n'è per tutti gusti". Il primo pensiero che ti viene – certo, se non decidi di riempire il tuo carrello con barba e muscoli- è: chi mai andrebbe su un sito del genere? E loro hanno pensato anche a questo. Infatti, sotto la foto dell’uomo della settimana, compaiono i visi innocenti delle ultime clienti. Una trovata vincente, che guarda dritto in camera e ti dice, "ehi, loro sono carine, non ti sentire racchia se decidi di farti portare a casa Giovanni; alto, moro, appassionato di golf e grattini". Mentre fisso il contatore delle parole dolci scambiate (si, c’è pure quello!) e vedo i numeri passare più veloce di Johnny quando capisce che Baby dopo avergli scroccato lezioni di danza finalmente gliela darà, capisco qual è il punto: la sicurezza. La sicurezza del rapporto, degli uomini, anzi, degli oggetti, come li chiamano loro. Vorrei scrivere ai gestori di "Adotta un ragazzo.com", per dirgli che la loro idea non è poi così innovativa, e che qualcuno, certo in termini diversi, ci aveva già pensato. Sto parlando di A.M. Homes, e della sua raccolta di racconti "La sicurezza degli oggetti", appunto. Se possibile, il libro fa ancora più incazzare del sito, incazzare in modo diverso però. In “Adotta un ragazzo” ciò che fa arrabbiare, almeno per quanto mi riguarda, è l’idea di esserci ridotti addirittura a valorizzare il fatto di dover pagare delle persone per sesso o compagnia. Siamo arrivati all’e-commerce degli esseri umani. Nel libro invece ci infuriamo perché la
Homes ci prende in giro, a cominciare dal titolo: di "sicuro" nelle sue storie non c’è nulla. Ci dice che passiamo la vita a pagare oggetti che ci distraggano dalle persone che abbiamo intorno, da quello che siamo, da quello che temiamo di diventare. 


Questa scrittrice, citata, tra gli altri, anche da David Foster Wallace, durante le sue lezioni, con il suo libro irrompe nelle nostre vite e con lentezza e precisione, quella dei gesti dei protagonisti, ma anche della sintassi delle frasi, ci fa subito sentire in pericolo, ci toglie la coperta durante il sonnellino sul divano. Ci obbliga a sgranare gli occhi, a rannicchiarci e dire, e adesso? Se deciderete di leggerlo, preparatevi all’idea di cambiare identità. Una per ogni racconto. Il libro della Homes è come le malattie per gli ipocondriaci; basta dire un sintomo e loro stanno già male. Allo stesso modo, lei descrive un personaggio, le sue paranoie, e il lettore diventa quel personaggio con quelle paranoie. Proprio come per adotta un ragazzo, la prima domanda è: chi mai farebbe una cosa del genere? Chi mai chiuderebbe un sacchetto intorno alla testa del proprio figlio? Chi farebbe sesso con una Barbie? L’istinto, alla fine del racconto è di alzare la mano come si faceva alle elementari durante un’interrogazione collettiva: "Io, io, scegli me, la risposta la so". E la risposta è sempre io. Sono io. Come nel sito d’incontri, coloro che compiono azioni che a noi sembrano impensabili, hanno facce normali, nomi normali. Jody ad esempio, vive nell’armadio della biancheria, e cinque secondi dopo tu maledici l’Ikea che non fa armadi della biancheria con dimensioni adatte ai tuoi cinquanta metri quadri di casa. Ikea che peraltro non venderebbe mai più sedie, divani e letti se fosse per questo libro, che davvero non si può leggere da seduti. Le parole della Homes ci mettono in uno stato di continua agitazione, ci rendono impossibile stare fermi. I suoi personaggi - e prima devo aver sbagliato a scrivere- non sono personaggi ma persone. Persone per bene, con un buon lavoro, una bella casa. Circondati da oggetti collezionati negli anni, apparentemente innocui ma che diventano la loro minaccia più grande, l’avvisaglia esterna di qualcosa che dentro sta per andare in frantumi. C’è un’ombra su tutti loro, sono arrabbiati, inadatti. Dal modo in cui parlano, da come gestiscono i rapporti, si avverte una crepa, che piano piano si allarga e forma la rottura esplicitata a volte in gesti straordinari, descritti come l’unica conseguenza possibile. Sono storie che fanno paura. Che terrorizzano più di crani divisi a metà o donne fatte a pezzi in un baule. Dieci racconti su dieci individui ordinari, la maggior parte appartenenti alla middle-class americana, che hanno tutto in comune con noi o con il nostro vicino di casa. In questo quadro di società aggrappata all’effimero, gli oggetti diventano sicuri perché sono le persone a non esserlo più. A non avere più sicurezza, a non rappresentare un punto di salvezza né per gli altri, né per loro stessi. 

Non c’è speranza in queste storie, in cui i particolari con i quali ci capita di scontrarci tutti i giorni - il buio di un cinema, i pantaloni nuovi di cotone, una sedia a sdraio di plastica - rappresentano il buco nero dove si nascondono tutti i nostri istinti e le nostre paure più inconfessabili. All’inizio ho detto che avrei voluto scrivere una lettera a quelli di "Adotta un ragazzo", per protesta, indignazione, ma poi, rileggendo "La sicurezza degli oggetti", inquietandomi, e questa volta per me, non per gli altri, ho capito che la lettera la scriverò all’autrice del libro. Inizierà più o meno così: "Cara Amy Michael Homes, ti scrivo per dirti che hai ragione. Ti scrivo per dirti che sei una stronza".

mercoledì 1 luglio 2015

Fuorigioco, #SceneallosBando, Mirabilia e meraviglie!

Zerogrammi - Maria Celia, Pieradolfo Ciulli, Roberta De Rosa, Olimpia Fortuni e Stefano Roveda - Ph. Compagnia di San Paolo - @CSP_Live
Raccontare cosa ho fatto ieri sera, ma soprattutto cosa ho provato, è una gran bella sfida. Mi pare di sentire una voce che mi dice: dai, vediamo di cosa sei capace. Non ne sarò capace di descrivere cosa ho sentito, cosa ho vissuto veramente, perché non ci sono parole per dire certe cose ma sicuramente ho avuto una fortuna e quindi voglio restituirla al mondo dicendo subito la cosa più importante: se potete, venerdì 3 e sabato 4 luglio a Fossano andate a vedere il Festival Mirabilia, e in particolare lo spettacolo Fuorigioco. 

Perché lo dico? Perché ieri sera ho assistito, insieme ad altri fortunati, all'anteprima in cima a un tetto di Torino e più precisamente qui! 

Un loft che è anche una casa di formazione creativa e artistica che mi ha permesso di sognare letteralmente a occhi aperti un mondo più bello. 

Lo spettacolo Fuorigioco fa parte del progetto MENS ATHLETICA nell'ambito delle manifestazioni legate a Torino 2015 Capitale Europea dello Sport ed è stato selezionato tra oltre cento altri lavori proposti per il bando "Scene allo Sbando" di Generazione Creativa che la Compagnia di San Paolo ha messo a disposizione per la creatività giovanile.

Il regista Emanuela Sciannamea ha creato questo spettacolo di danza teatro in seguito al contatto diretto (da cui è nato anche un documentario) con alcuni ambienti sportivi, dalla pallavolo al basket e ascoltando e vivendo con gli atleti ogni fase della quotidianità.

Ne è nato uno spettacolo dal forte impatto emotivo, ironico e poetico che è anche lo specchio di alcune dinamiche della nostra società.

Ciò detto: io ho pianto a dirotto come una fontana mi sono commossa  più o meno da metà serata fino alla fine.

Sono state lacrime sincere, di commozione pura. Per un momento ho pensato, come spesso accade con le forme d'arte più riuscite, che la performance riguardasse solo me, proprio me. Quando poi invece alla fine ho partecipato al lungo e corposo applauso collettivo mi sono resa conto che a più livelli le stesse emozioni avevano coinvolto tutto il pubblico.

Ho praticato un'arte marziale per tantissimi anni, da bambina fino all'età adulta e ho rivisto in questa opera di danza e recitazione tutto ciò che ho provato io. La fatica, naturalmente. Le difficoltà legate alla convivenza stretta con gli altri, le diverse anime dei gruppi che emergono quando si pratica qualcosa di fisico tutti insieme. Ma la cosa è andata oltre: per un bel po', ho scordato che si trattasse di una rappresentazione legata allo sport e ci ho visto anche altro. Come funzionano le amicizie, le famiglie, i posti di lavoro, i Paesi e infine l'interiorità. 

Ci ho visto le mie diverse personalità, attitudini e spinte. Le molte parti - infantili, pigre, nervose, distratte, forti, spaventate, allegre, tristi, spirituali, tenaci, costanti, disperate, gioiose, egoiste e altruiste - che vivono dentro do me, come penso dentro molti, se non tutti.

E infine mi sono resa conto come mai prima di come il corpo sappia molte, molte cose. Il corpo sa molte cose che ci sfuggono e che l'arte aiuta a capire e che sono vitali.





Aver preso parte a questa esperienza è stato un privilegio come capita poche volte nella vita. Ricordare le cose che hanno fatto parte della propria storia attraverso i gesti di persone sconosciute, di abili professionisti, è stato un regalo.


 Sotto il cielo troppo caldo di Torino in questi giorni.


Poter parlare poi dopo con gli artisti e mangiare con loro.



Grazie a chi mi ha invitata, spero anche altri potranno riconoscersi in tutto questo!

martedì 16 giugno 2015

L'Indice dei libri del mese, il web, il crowdfunding & me.







 L'Indice è una delle riviste cui sono più legata: la leggo dai tempi dell'Università (se non forse da prima). Fondata nel 1984, ospita da sempre opinioni autorevoli sui romanzi e non solo. Ho scoperto molti autori e molti titoli ed è stata una lettura formativa, di quelle che ti fanno venire voglia di migliorare, di credere in un mondo di intelligenze e possibilità.

Per questo quando proprio questa rivista mi ha contattata per farmi conoscere la sua campagna di crowdfunding, partita il 15 maggio, ho provato gratitudine ed emozione. Darei tutto l'oro del mondo per fare un salto indietro nel tempo e raccontare questa vicenda alla me stessa china sui banchi o sui tavoli delle biblioteche intenta a leggere, sognare, ammirare. Le direi che anche io oggi posso fare qualcosa per questa rivista ovvero informare i lettori di questo blog di questo progetto. Insomma, mi sento importante, nella misura in cui è importante il progetto.

E veniamo al punto: qui si trovano tutte le informazioni utili (e un simpatico video!) ma per riassumere: la campagna di finanziamento è volta ad aprire per L'Indice nuove prospettive legate al web e al mondo digitale. Ovvero: se entro il 13 di luglio si raggiungeranno 15.000 euro, i fondi serviranno a finanziare il sito della rivista, la digitalizzazione dell'archivio e la creazione di una APP.

Sì è un sogno che il mondo della cultura tradizionale e istituzionale si affacci a un nuovo (e però ormai consolidato) modo di operare in rete. Mi piace molto e sono onorata di poter contribuire a questa rimodulazione delle cose. 

Se grazie a questa campagna gli studenti e i lettori di oggi potranno avere lo stesso Indice di ieri ma con una porta di accesso in più, più ricca e articolata, è un sogno che si avvera. D'altro canto a me è sempre piaciuto L'Indice proprio perché si ispira alle più belle riviste internazionali, non mi stupisce che abbia scelto le caratteristiche del web per tenere fede a questa ispirazione.


martedì 9 giugno 2015

"In una delle mie vite, sono una scrittrice".


Il titolo di queso post è l'incipit di un racconto di Deborah Willis pubblicato sul diciottesimo numero della rivista Colla, che compie tra l'altro cinque anni.  Colla - Una rivista letteraria in crisi è una gran bella rivista, non sono tante in Italia (presto un altro post sull'argomento...) e questa merita per il suo respiro internazionale e la scelta sempre accurata dei collaboratori. La seguo da un po', ma solo da poco ho cominciato a conoscerla meglio. E in particolare adesso grazie a questo racconto di Deborah Willis.

Avevo già raccontato della mia scoperta di questa autrice canadese che mi ha tenuto compagnia due estati fa, era il 2013 e usciva questa bellissima raccolta di racconti.

Quello che invece prende il titolo di La doppia vita (tradotto da Serena Patrignanelli) è di natura un po' diversa: è un racconto autobiografico.

La scrittrice dentro di me legge e scrive e pensa alle storie costantemente. Questa scrittrice – chiamiamola Deborah Willis – ha speso intere, piacevoli giornate a preoccuparsi di virgole. Preferisce stare da sola. Se squilla il telefono mentre sta lavorando, lo fissa, inorridita, e si rifiuta di
rispondere. La sua schiena è curva per il tempo passato piegata sul portatile, i suoi occhi sono affaticati dallo schermo del computer, e recentemente le è venuto il tunnel carpale. Chi dice che la vita dello scrittore non è faticosa? Può portare, tra gli altri disturbi, all’ossessione per se stessi e a una carenza di vitamina D. Per fortuna, c’è un’altra me, e lei esce di più. Lavora in una libreria, il
che significa che è sempre in piedi, a spostare libri su e giù dalle scale, a metterli e a prenderli dagli scaffali

 Si tratta, come avrete capito, della semplice e delicata storia di una vita molto privata (quella della scrittrice) che coesiste con una vita molto sociale (quella della libraia).

Gli amici di Colla mi hanno fatto scoprire questo racconto (grazie!) in un momento particolare della mia stessa vita ed è scattata subito l'identificazioni. Al di là dei due mestieri messi in campo, questo racconto gioca infatti sulla "doppia vita" o doppia natura di chi ama la solitudine tanto quanto lo scambio con gli altri e la via comunitaria. Insomma, parla di moltissime persone in realtà e di quel perfetto equilibrio che ogni tanto si crea tra queste due dimensioni. La capacità di un'opera di essere paricolare e specifica e universale insieme la rende di grande valore. Ci aggiungo che, nel mar dei Sargassi di tanta spocchia che spesso purtroppo coinvolge la grande maggioranza degli scrittori, la canadese Deborah ci regala, nel finale che spero scoprirete, anche un utile bagno di umiltà.

(Quanto a me, sono a Roma per una simpatica circostanza di cui presto racconterò!). Buona lettura.

martedì 26 maggio 2015

Le ali della vita - il mio incontro con Vanessa Diffenbaugh.

Vanessa Diffenbaugh, Le ali della vita, Garzanti

Un caffè milanese molto grazioso.

Tanti fiori e atmosfera shabby chic.

Ecco Vanessa Diffenbaugh con: editore, giornalisti, blogger e interprete.

Click (Vanessa Diffenbaugh con una tazzina di caffè).

Sovvertendo le regole della linea del tempo, ora sto leggendo questo libro.



Forse molte persone conosceranno questo titolo: Il linguaggio segreto dei fiori. Un libro pubblicato in Italia nel 2011, un romanzo molto famoso. E che ha fatto il giro del mondo. Uscito per Garzanti con diverse copertine: nel riquadro della polaroid si possono trovare differenti fiori con la relativa breve descrizione. 

Conoscevo "di fama" quel libro, ma lo sto leggendo solo ora, con un ritardo di ben quattro anni. Casi della vita. E caso vuole che nel mio primo romanzo, che risale al 2013 (Il metodo della bomba atomica) i fiori giocassero un ruolo decisivo, dal momento che Celeste, la protagonista, è una flower-blogger! 

Difficile spiegare l'emozione di queste piccole coincidenze, che non si limitano ai fiori ma riguardano anche altri elementi della storia di quel romanzo: l'adozione e l'affido, con tutte le complessità, sono tematiche che mi stanno davvero tanto a cuore.

Ogni tanto scrivo su questo blog di essere una persona fortunata (che spera di dividere la propria fortuna anche con chi legge...) e quindi vi dico che mi è capitato di incontrare Vanessa Diffenbaugh qualche giorno fa a Milano, in una cornice deliziosa e un'atmosfera semplice e raccolta. Aggiungo che è stato davvero piacevole ascoltarla e rivolgerle alcune domande. 


L'occasione dell'incontro tra l'autrice e giornalisti e blogger è stata l'uscita del suo secondo romanzo: Le ali della vita. Una storia molto ben costruita, accurata e profonda, cui Vanessa Diffenbaugh ha lavorato con particolare dedizione. Lascio ai lettori il piacere di scoprire trama e temi del libro, ma ci tengo almeno a svelarvi le domande che le ho rivolto io durante la piccola conferenza.

Come prima cosa, ho chiesto a Vanessa se potesse dire qualche parola su Camellia Network*. Una rete di sostegno strutturata per i ragazzi in affido e il loro futuro, fondata dall'autrice insieme a un'amica, cui la scrittrice ha destinato gran parte dei notevoli proventi del suo best seller. 

Un'altra questione che mi interessa (sfido chiunque passi da queste parti a non incuriosirsene, dato che su questo si basa molta letteratura) e su cui ho interrogato Vanessa è il rapporto tra scienza e narrativa, molto esplorato in Le ali della vita. Nel tempo a disposizione, la risposta è stata piuttosto esaustiva, ma la riassumo all'osso: suo fratello è uno scienziato, studia i cambiamenti climatici a Stanford, e i loro cervelli, a un certo punto, ci raccontava, hanno cominciato a lavorare allo stesso modo. Ovvero, arte e scienza, quando si esprimono al massimo delle potenzialità creative, giungono a conclusioni analoghe sull'uomo e la natura. 

(Si è poi scoperto che l'amore può curare le sinapsi cerebrali ma questa è un'altra storia!).

Infine, le ho chiesto come sia nata l'idea di citare San Francesco, a un certo punto della storia. I suoi nonni sono molto cattolici, e la citazione era funzionale alla trama, ma le cose da dire non si sarebbero certo fermate lì, perché la ricchezza degli argomenti da trattare era vasta.

Questo per me è stato un incontro costruttivo. Quella di Vanessa Diffenbaugh, sia dentro che fuori le pagine dei suoi romanzi, è una gran bella storia americana, ma è giusto sognare che il suo modello si possa trasferire anche qui da noi. Intendo il modello di una scrittrice (di una persona) che si dedica tanto ai propri libri quanto alla propria famiglia (Vanessa ha due bimbi naturali e uno in affido) e alle categorie bisognose di cure, mettendo a disposizione denaro, saperi e energie per migliorare la propria vita e quella altrui. Mi ha colpito la grazia, l'umanità e la freschezza di una scrittrice tanto giovane e seria. Sono curiosa di leggere il suo terzo romanzo, e il quarto, e il quinto e tutti quelli che seguiranno.


* Vanessa Diffenbaugh ci ha raccontato in anteprima che proprio in questi giorni una associazione no profit acquisirà Camellia Network: in bocca al lupo!


lunedì 18 maggio 2015

Il mio Salone del Libro - #SalTo15



Ogni anno su questo blog spunta un post (o più di uno, se volete cercate il tag corrispondente!) sul Salone del Libro (o Fiera, per qualche anno si è chiamato così se non erro). Ora tutti o tanti lo raccontano sui loro blog o sui social; ma per i neofiti volevo dire, per vantarmi un po', di essere stata tra gli inventori dell'hashtag ufficiale #SalTo (che di anno in anno cambia numero) e tra le primissime persone a farne la cronaca su twitter. Che adesso è diventata una prassi e un lavoro per molti.

Bon l'ho scritto così resta per la posterità, hehe.

E dunque. Eccoci alla millesima edizione cui partecipo. Ogni anno è diverso e non ci si immerge mai due volte allo stesso modo nello stesso #SalTo.

Proprio ieri scherzando tra me e me mi chiedevo: ma prima del 1988, anno della fondazione del Salone (cui ho partecipato, ovviamente, avevo 8 anni e mi regalarono una marionetta che mi procurò una grande gioia, forse è per rincorrere quello stesso istante di felicità fugace che ritorno ogni anno con la stessa similare speranza); insomma prima di quell'anno dove andavano tutti, dove andavamo noi addetti ai lavori, scrittori e gente varia a esercitare la nostra curiosità, la nostra spocchia, a riconfigurare i sotterranei rapporti, a esibirsi, a compiacersi invece di starsene in disparte, insomma tutte quelle robe lì che non in tutti casi fanno bene al cuore e alla letteratura ma tant'è? 

Chi lo sa!?

Questa volta come sempre per me ci sono state molte cose belle. Ho parlato con moltissime persone e alcuni incontri hanno avuto un significato particolare e di grande valore. 

Tra i tanti incontri, è stato bello inrociarsi con i due editori che hanno pubblicato i miei due libri, ovvero LiberAria e Zandegù. Alcune parole con loro mi hanno davvero fatto pensare che la cultura, e l'amore per i libri vivono eccome.

Vorrei ringraziare anche la Libreria Therese per le idee e le iniziative super, i mitici Zoom Feltrinelli e gli amici di Utet, in particolare.

Ci sarebbero da elencare molte altre persone con cui ho trascorso il mio tempo al Salone. Ogni anno poi come a Natale mi chiedo come sarà l'anno successivo, cosa farò io, cosa faranno gli altri. 

Il bello della vita è anche questa attesa del meglio, no? 

Questa volta sono stata anche più calma, per quanto possibile. Meno foto, meno tweet, meno facebook e più esperienza diretta come una volta. Niente di definitivo, è stata solo una prova. Giusto per vedere l'effetto che faceva. Non ho trovato una risposta, solo esperimenti da fare e rifare. 

E la voglia, come sempre, di leggere e scrivere.

Ecco il mio bottino. Grazie a Utet, Effatà, Feltrinelli, LiberAria, minimumfax. E uno yo-yo che spero prima o poi avrà un significato.